Intervista Andrea Tarabbia

M ille persone in ostaggio per tre giorni di sequestro in una scuola, 334 morti di cui oltre la metà bambini, colpevole un commando di 32 terroristi separatisti ceceni di cui uno, uno solo si salva. Questa la cronaca della strage di Beslan che sconvolse il mondo nel 2004 e anche il contesto di storia recente in cui si svolge il racconto del terrorista «sopravvissuto», Marat Bazarev, nel romanzo appena pubblicato di Andrea Tarabbia, Il demone a Beslan (Mondadori, pp. 360, euro 18,50). Patron del giovane autore un palato difficile come Antonio Moresco, che per primo ne ha riconosciuto «la lontananza dai modelli letterari che vanno per la maggiore (l’immediata riconoscibilità, il carattere informativo, la duplicazione, il “realismo”, ecc.)»; primo capitolo pubblicato a giugno su Nuovi Argomenti: le premesse sembrano inappuntabili per il secondo romanzo di Tarabbia, classe 1978, russista di studi e professione, esordio nel 2010 con La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa).
Ipotizziamo un percorso non tipico per i giovani narratori italiani: la ricerca, faticosa, approfondita, minuziosa, prima di entrare nella testa del Male rispettando la sequenza dei fatti. È stato così?
«Mi è venuto in mente di scrivere questo romanzo nel 2005. Ho scritto la prima riga, “Sono l’uomo che cammina con la forca e la tiene attaccata alla cintura” tre anni dopo. Il lavoro di ricerca è stato lungo e approfondito: ho raccolto e studiato tutti gli articoli che sono riuscito a trovare sui fatti in lingua inglese, italiana e russa. Con svariati problemi per la documentazione in lingua russa. Perché su Beslan Mosca ha fatto scattare la censura e c’è stato l’affaire Khodorkovsky, accusato di finanziare i terroristi in quanto nemico giurato di Putin. Ho studiato tutti i libri e gli articoli della Politkovskaja, tutti i reportage di Peace Report, la storia del Caucaso, i lavori di ricerca di basi letterarie e documentaristiche sulla vita carceraria, che occupa oltre la metà del libro. E poi i miei riferimenti letterari: Dostojevski, le lettere dal carcere di Sade, Melville. L’ho fatto per sentirmi libero di scrivere un romanzo senza dire stupidaggini sull’accaduto. E poi mi sono posto un problema etico e mi sono arenato di nuovo».
Cioè?
«330 persone morte di cui più della metà bambini. Ti chiedi: “Che diritto ho io di scriverne?”. Poi ho scoperto che di quella cellula di terroristi di cui si millantava lo sterminio, uno era sopravvissuto. Nurpaschi Kulajev. Ha ammesso la colpa, è stato processato in maniera frettolosa, credo sia in carcere a Mosca e ovviamente non ne uscirà più. Nessun contatto con la stampa e con il mondo esterno. Era un’occasione narrativa impossibile da rifiutare. Ho pensato: gliela do io una voce"».
Una voce a un terrorista omicida di bambini? Non ha pensato: «Che diritto ne ho?».
«Non bisogna fare l'errore preliminare di credere che voglia giustificarlo o fargli fare la parte del buono. Io non ho dato voce al vero terrorista. Gli ho cambiato il nome e l’ho fatto diventare un personaggio. Gli ho dato una laurea in lettere, letture occidentali. Non ho preso un terrorista e sono entrato nella sua testa. L’ho fatto uscire dal carcere ed entrare nella mia».
Avercelo reso affascinante non la preoccupa?
«Specifichiamo una cosa: io sono innamorato di Marat Bazarev. Ci ho gravitato attorno per anni. Ma non sto dalla sua parte, così come non sto da quella di Putin. Detto questo tutti i discorsi che lui fa sull’esistenza del male sono modi miei per inquadrare la situazione in questo modo: Marat è un mostro, i suoi amici sono dei mostri, ma anche quelli che sparano in una palestra dove ci sono mille persone sono dei mostri. Quando violiamo l’innocenza siamo tutti uguali».
Lo dichiara già con la sua epigrafe, tratta da I fratelli Karamazov. Ma fare letteratura è sufficiente per ergersi a giudici?
«Non ho né forza etica né faccia tosta di fare il giudice. Non ho reso Marat un personaggio affascinante per portare i lettori dalla parte dei terroristi. Ma nel romanzo il personaggio si evolve e se qualcuno se ne innamora o lo sente vicino si evolverà con lui».
Per arrivare dove?
«Alla nemesi. Nel romanzo Marat parte cattivo. Il discorso con il prete lo cambia. E lui inizia a lasciarsi morire: comprende l’ingiustizia del male fatto, nonostante le buone motivazioni per cui lo ha fatto. E arriva all’ammissione di colpa e alla redenzione».