Intervista Björn Larsson

Accantonata per il momento la sua passione per l’avventura e le storie di mare lo scrittore Björn Larsson debutta nel mondo del giallo con un romanzo pungente come I poeti morti non scrivono gialli (Iperborea) che da una parte smonta il mito dei noir nordici e dall’altra dà spazio alla poesia.
«L’idea di scrivere un giallo di questo tipo - ci racconta Larsson, oggi e domani al Festivaletteratura di Mantova - è nata durante una chiacchierata con la mia casa editrice francese che voleva che scrivessi assolutamente un giallo svedese. All’inizio ho detto di no. Non sono uno scrittore di genere, anzi. Poi mi sono chiesto se il giallo non potesse essere la scatola perfetta per parlare di un altro tipo di letteratura meritevole e importante come la poesia. E così mi sono preso la mia rivincita. Il poeta protagonista della mia storia non viene ucciso per avere scritto delle poesie, bensì perché ha accettato la proposta del suo editore di scrivere un giallo!».
Quanto è stato divertente mettere alla berlina il mondo dell’editoria svedese in questa storia?
«Mi sono divertito molto però mi sono sentito anche un po’ triste perché mi sembra che il mercato del libro stia diventanto di giorno in giorno sempre più mercantile e la letteratura si stia trasformando sempre di più in un prodotto come gli altri che si vende solo attraverso la pubblicità e la celebrità. Mi dà soprattutto fastidio questa idea che tutti, o quasi, debbano leggere gli stessi libri, piuttosto che accettare l’avventura della scoperta di bravi scrittori e buoni libri che non sono conosciuti dal grande pubblico».
Le è mai capitato di essere scambiato per Stieg Larsson?
«Per fortuna sono stato letto e conosciuto bene in Italia prima di Stieg. Pero è anche vero che, in occasione di un festival del libro a Roma, la Repubblica aveva scritto in una notizia che Stieg Larsson sarebbe stato presente. Si sono presentate 1500 persone alla mia presentazione! Forse sperando di vedere un spettro ritornare dal aldilà».
Ma ci sono davvero persone che sarebbero disposte ad uccidere per portare al successo un romanzo?
«Non lo so. Però questa non è la motivazione del assassinio descritto nel mio romanzo che, al contrario, accade per impedire che il giallo del mio poeta sia letto. Molti scrittori sono stati perseguitati e persino uccisi per avere scritto libri che non piacevano alle autorità politiche o religiose. In un certo senso, è un conforto, perché dimostra che la letteratura è e rimane pericolosa».
Cosa ne pensa del fenomeno del successo internazionale del giallo svedese?
«Bibliotecari e lettori sono tutti un po’ stanchi di questa moda. Ma non dipende certo dai giallisti. Loro hanno perfettamente il diritto di scrivere le cose che sentono. Tocca piuttosto a noi scrittori “non di genere” scrivere romanzi che abbiano lo stesso impatto emozionale dei gialli. Storie che riescano a commuovere e fare riflettere i lettori. Dobbiamo ritrovare il filone di narratori come Balzac, Tolstoî, Conrad, romanzieri che hanno saputo raccontare le possibilità nella vita reale della società, quel 90 per cento della realtà che non appartiene al mondo della criminalità».
A Mantova lei ha scelto di tenere un incontro sul significato di una parola come «välvilja» (benevolenza), perché?
«Perché, semplicemente, è la cosa che manca di più nella nostra società. Basta leggere i giornali per convincersi che la benevolenza non è all’ordine del giorno d’oggi. Su cento articoli di cronaca, ce n’è forse uno che racconta un atto di bontà».