Intervista a Contador, re del Giro d'Italia "Sono l'Invincibile, ma ho rischiato di morire"

Il campione spagnolo ha superato un aneurisma, l’emorragia cerebrale e 76 punti di sutura: "Non mi importa della salute, voglio continuare a fare il corridore". Il trionfo di ieri in piazza Duomo a Milano: "Mi sono commosso". Ora il Tour: "E' possibile vincere". Il doping? "Sono sereno"

Milano - Un grande uomo, sotto il Duomo. Alberto Contador torna al Giro e se lo porta a casa: due partecipazioni, due vittorie. Ultimi sei Grandi Giri disputati, sei vittorie.

Alberto, quanto sei felice?
«Molto, come poche altre volte nella mia vita. Ve lo assicuro, sul podio in piazza Duomo mi sono anche commosso».

A proposito di vita, lei che oggi viene considerato un Invincibile, ha rischiato di non essere più qui. Non a Milano, ma a questo mondo…
«È vero, ho visto la morte in faccia. Maggio 2004, tappa del Giro delle Asturie. Scendo da una salita, dopo 40 chilometri: scosso dalle convulsioni, cado a terra, perdo conoscenza. Avrei dovuto accorgermi che qualcosa non andava, dal mal di testa dei giorni precedenti. All'ospedale i medici scoprono un'emorragia cerebrale, ma non sanno spiegarsi se sia stata causa o conseguenza dell'incidente. Vengo tenuto in osservazione per dieci giorni. Ricoverato a Madrid, mi diagnosticano la rottura di un aneurisma e mi operano. Impiego tutto il resto della stagione per riprendermi. Mi dico: “Se torno quello di prima, voglio continuare a fare il corridore. Non mi importa di mettere a repentaglio la mia salute”. Risalgo in bici il 15 novembre, trentasette giorni prima della vittoria in Australia. Una cicatrice di 76 punti nella parte posteriore della scatola cranica è il ricordo che mi porto dietro da quel mio viaggio di ritorno dall'inferno».

Torniamo al Giro, al suo trionfo: si rende conto che nonostante batta bandiera spagnola, lei piace tantissimo agli sportivi italiani…
«La mia bandiera non è quella italiana, ma a volte è come se lo fosse. Incredibile l'affetto che mi ha dato la gente lungo le strade. Questo trionfo è una soddisfazione personale, ma la dedica è alla mia squadra e alla mia famiglia. I miei compagni hanno speso ogni grammo di energia dal primo giorno per aiutarmi».

Tanti applausi, ma anche qualche fischio sullo Zoncolan…
«Ma anche in quella occasione io non me la sono presa. Purtroppo è stato un problema di comunicazione, qualcuno ha fatto intendere che io avessi paura della discesa del Crostis, che io avessi fatto pressione con gli organizzatori: non è così».

Il giorno più brutto.
«A Rapallo, quando abbiamo saputo della morte di Wouter Weylandt: da quel momento in poi, in corsa e fuori, si è respirata tutta un'altra atmosfera».

La vera nota positiva di tutto questo Giro?
«Quella di non ho aver avuto mai una giornata negativa».

Di negativo c’è che il Tas non ha ancora deciso sul caso di clembuterolo che tiene sub-judice la vittoria al Tour 2010…
«Ma io sono sereno, sono convinto che prevarrà la giustizia».

Lei questo Giro l'ha corso alla grande per dimostrare al mondo intero di che pasta è fatto Alberto Contador?...
«Io ho corso questo Giro solo per vincerlo, perché è una grande corsa. Avete ammirato il Contador più forte di sempre».

La differenza con la vittoria ottenuta nel 2008?
«Tre anni fa arrivai all'ultimo momento, dovevo correre solo la prima settimana, poi strada facendo mi sono trovato a lottare per la vittoria. Quest'anno sono arrivato preparatissimo e molto motivato: volevo vincere».

Da martedì scatta l'operazione Tour: con quale motivazione si rimette al lavoro.
«Prima mi riposo, poi con calma ne parlerò con la squadra. In ogni caso se andrò in Francia, lo farò con un'unica grande convinzione: vincere due grandi corse a tappe consecutive è possibile».