Intervista al coordinatore nazionale di Forza Italia. Il difficile rapporto con i centristi e il programma della Casa delle libertà in vista delle politiche 2006 «Partito unitario per fare centro con l’Udc» Bondi rilancia dopo l’incontro con Follini:

Francesco Kamel

da Roma

Sandro Bondi, coordinatore di Forza Italia, rilancia il partito unitario del centrodestra, dice che con l’Udc c’è «una comune passione politica che trae ispirazione dall’umanesino cristiano» e difende il bipolarismo che «resta la stella polare della politica».
Onorevole Bondi, come sta andando il confronto con l’Udc? È ottimista?
«Ho parlato con l’amico Marco Follini. Le posizioni non sono identiche, ma il confronto è risultato facile perché siamo accomunati da una comune passione politica che trae ispirazione dall’umanesimo cristiano. Io resto convinto che abbiamo un futuro da costruire insieme, gomito a gomito, all’interno di uno stesso partito che avrà la responsabilità di aiutare il cambiamento secondo quei valori che possono permettere un’umanizzazione della storia e un elevamento non solo materiale ma soprattutto morale del nostro Paese».
Perché avete bocciato l’idea del Grande Centro pur definendovi moderati?
«Sarebbe illusorio individuare il “centro” come lo spazio geometrico della politica in cui tutto si compone e diventa automaticamente virtuoso. Bisogna saper distinguere tra centro e centro: il centrismo di De Gasperi, ad esempio, fu di segno liberale e pose le basi per incanalare l’Italia verso lo sviluppo. Anche il governo presieduto da Silvio Berlusconi ha rappresentato un centro modernizzatore, capace di coniugare sviluppo economico e coesione sociale, con una visione coraggiosa della realtà internazionale capace di unire l’atlantismo e l’europeismo. Le riforme realizzate in questi difficili anni di governo sono espressione di una cultura politica liberale e riformatrice, moderata e popolare».
Anche i Dl si propongono come moderati e di centro.
«Quando Rutelli annuncia, nel caso di successo dell’opposizione, l’abolizione di una legge come quella sul mercato del lavoro, ispirata a Marco Biagi, si pone fuori da una politica liberale e riformista. Da questo punto di vista, ha ragione un osservatore acuto come Piero Ostellino quando scrive che il problema non è quello di rafforzare i due centri, bensì di “rafforzare la componente riformista all’interno di entrambi gli schieramenti, che riduca il potere di coalizione e di veto di conservatori e radicali”. Dobbiamo passare da una discussione astratta a un confronto nel merito dei contenuti riformisti. E la maggioranza, da questo punto di vista, può vantare risultati obiettivi mentre l’opposizione può proporre, nel migliore dei casi, una serie di auspici difficilmente realizzabili».
C’è spazio per un politica riformista anche negli ultimi mesi della legislatura?
«Il confronto su questi contenuti riformisti deve sostenerci anche in quest’ultima parte della legislatura, soprattutto per quanto riguarda le scelte a favore dei ceti sociali più bisognosi e le misure per tutelare i risparmiatori e le piccole e medie imprese».
Il partito unitario del centrodestra è la vostra risposta al dibattito sul Grande Centro?
«Il solido partito di centro liberale di cui ha parlato Monti può essere rappresentato solo dalla costruzione del partito unitario, che nasce dalle fondamenta di cinque anni di governo liberale e riformatore. Quando affermo che in Italia il centro c’è già e si chiama Forza Italia lo dico non sulla base di una supponente posizione propagandistica, ma sulla base dei fatti di una esperienza di governo. Questa rivendicazione non è esclusiva, ma deve intendersi come una realtà non comprimibile o sradicabile, una realtà che tanto è più feconda quanto più entra in collaborazione con altre realtà politiche come l’Udc, che fa parte in Europa dello stesso partito: il Ppe».
Eppure la prospettiva di un centro alternativo alle ali dello schieramento politico sembra sedurre molti italiani.
«All’Italia non serve un centro-palude, un “hortus conclusus” in cui finirebbero per stagnare le pulsioni e le istanze della società, ma un confronto aperto tra due offerte politiche alternative. La preoccupazione centrista è stata resa possibile dal cattivo funzionamento del bipolarismo italiano. Questo soprattutto a causa delle ambiguità e dei ritardi storici del centrosinistra».
Perché in soccorso del bipolarismo ha chiamato anche i Ds?
«Riaffermare il bipolarismo è un compito che spetta soprattutto ai due partiti maggiori, Forza Italia e Ds, che rappresentano gli assi portanti della maggioranza e dell’opposizione. In tutte le democrazie moderne, il partito di maggioranza esprime il capo del governo, mentre il partito leader dell’opposizione si prepara a governare designando il candidato premier, in un clima di reciproca legittimazione. È questa la via maestra per offrire agli elettori politiche pragmatiche. Se i grandi partiti abdicano a questo ruolo, si alimentano le velleità dei radicalismi e si aprono le porte all’agitazionismo centrista. Il bipolarismo resta invece la stella polare della politica, un approdo che non va rimesso in discussione».