Intervista a Enrico Montesano che stasera va in scena al Sistina con il suo nuovo spettacolo «È permesso?» «Stop al buonismo, viva i monelli!»

Alessandra Miccinesi

«Incontro non conforme per pubblico politicamente scorretto». È il sottotitolo del nuovo spettacolo di Enrico Montesano È permesso? che debutta al questa sera al Sistina. Due ore di show esilarante in cui Montesano, mattatore del proscenio e fustigatore di vip - fu il primo a intuire le potenzialità tragicomiche del sostantivo trash (Trash fu un successo teatrale del ’94 traghettato poi in tv) - farà outing scagliandosi pubblicamente contro tutto e tutti: attualità, politica, tv, società, media, economia.
Il sottotitolo dello show è abbastanza curioso. Ce lo spiega?
«È cattivo. Dopo il tramonto del politically correct ho deciso di essere schietto, irriverente, e dire tutto quello che mi passa per la testa. Tutto qui. Me la voglio prendere con chi ci prende per il sedere, con chi crede che abbiamo la sveglia al collo. Sulla scena sarò feroce come quegli attori americani o inglesi che nei loro sketch se la pigliano coi politici di destra e di sinistra, tutti uguali nel loro perbenismo ipocrita».
Secondo lei chi è che mette i paletti del politicamente corretto?
«Quelli co’ la puzza sotto ar naso, diciamo qui a Roma. E, dato che faccio parte di una maggioranza disorganizzata, stanca di essere turlupinata da una minoranza organizzata, sono stufo di sentire sempre la stessa solfa. Per dire basta alle risse politiche, alla tivù spazzatura, ai miracoli economici, ai fuori onda che creano tempeste in un bicchier d’acqua ho chiesto la complicità di autori graffianti del calibro di Enrico Vaime, Adriano Vianello e Maurizio Gianotti».
Sarà un one-man-show duro e puro o dividerà il palcoscenico con qualcuno?
«Con me ci saranno quattro giovani attori cantanti, li ho ribattezzati il nuovo Quartetto Cetra. Sono più bravi di Fiorello, ma costano meno. Perché li ho scelti? Per il talento, che crede, io sono uno dei pochi che i provini li ha sempre fatti davanti alle scrivanie, mica sotto o sopra come succede oggi. Il dilettantismo televisivo penalizza la televisione e provoca emorragia di pubblico. Ma a quelli che mollano il telecomando dico: venite a teatro. È permesso? è un titolo che esprime dubbi sull’effettiva libertà di fare e dire le cose e istiga il pubblico a una sorta di sano cattivismo che non nuoce alla società, perché cugino di un sentimento legato all’infanzia».
La monelleria, dunque, come elisir per disintossicarsi dal buonismo?
«La gente ha bisogno di tornare a sperare. Soffoca, ma sogna di mettere le mani nella marmellata, vuole trasgredire, sentirsi libera di fare la pipì sui muri e dire ciò che pensa. Ecco, questo show è un regalo: due ore di vacanza premio per gente sopraffatta dalla realtà».
Nella sua performance cattivista alternerà i monologhi alle imitazioni: ci sarà spazio per i racconti in prima persona?
«Sì. So che non è corretto, non si fa, non sta bene, ma racconterò di me nipotino della commedia dell’arte tritato dagli anni ’60 e emulo di Walter Chiari».
Lo spettacolo è parzialmente interattivo: che ruolo avrà il pubblico in sala? «Determinante perché sceglierà il testo della canzone finale: cattivissima, cattivella, e biecamente buonista. Sonderemo gli umori della platea e inviteremo il pubblico a votare in maniera democratica. Niente sms o schede da mettere nell’urna, però, faremo per alzata di mano: alla greca».
Direzione artistica di Arturo Brachetti; scenografie di Uberto Bertacca. Si replica fino al 7 gennaio.