Intervista a Franco Zeffirelli"Farò un Don Giovanni pop"

Mentre alla Scala sta per andare in scena l’opera di Mozart, il regista prepara un allestimento alternativo per l’Arena

Progettare al computer? Non se ne parla proprio. «Io ho bisogno di disegnare, voglio i miei pastelli e acquarelli. Guardi: cosa le sembra?» Franco Zeffirelli (88 anni) sta lavorando nella villa romana, fra mura che dagli anni Sessanta ad oggi hanno ospitato Francis Coppola, Al Pacino, Bernstein, la grande amica Maria Callas. Solleva lo sguardo e poi uno dei bozzetti del Don Giovanni di Mozart (libretto di Lorenzo Da Ponte) che il 22 giugno andrà a inaugurare la novantesima stagione lirica dell’Arena di Verona. L’Arena già la scorsa edizione sfoderò un cartellone di soli allestimenti zeffirelliani, «notarono che i miei spettacoli avevano sempre riempito il botteghino, quindi...». Il regista, ma anche scenografo e costumista, racconta sessant’anni di storia del cinema e del teatro d’opera senza mai alzare la matita con la quale ritocca il suo Don Giovanni. Dell’Arena conosce ogni pietra, una a una anche le tavole del palcoscenico del Metropolitan o della Scala: teatri storici, tutti lungamente frequentati.
I bozzetti prefigurano un Don Giovanni di grande eleganza e tradizione. C’è un palazzo settecentesco come struttura portante dell’allestimento. Palazzo che si fa spettrale quando compare la statua del commendatore, lassù in cima. Accade che sprigioni il vitalismo d’un giallo radioso ma alla fine si tinge di rosso: il rosso delle fiamme degli inferi in cui sprofonda Don Giovanni, il libertino.

Don Giovanni non è mai stato rappresentato all’Arena. Come è possibile?
«Per tipologia di pubblico e di spazio, l’Arena è legata a un certo tipo di repertorio. Però, sono convinto che debba allargarsi».

Quindi Don Giovanni è un po’ una sua sfida?
«Il classicismo di Mozart è ritenuto elitario: grande pregiudizio. Prendiamo questo capolavoro. È ricco di melodie popolari eppure è difficile comunicarlo alla gente. Voglio vedere se riesco a riabilitarlo e a renderlo popolare».

Anche la Scala inaugura la stagione con Don Giovanni per la regia di Robert Carsen. Lo conosce?
«Sì, un regista che non ha meriti particolari. C’è una generale illusione di voler far del nuovo andando aldilà dell’autore. Accade ovunque, anche il Met sta precipitando nel nulla».

Va bene la tradizione, ma perché rinnegare la novità?
«Sa perché continuo a lavorare? Perché voglio recuperare la tradizione, e lo faccio anzitutto per i giovani. Loro non conoscono l’opera, dunque prima vanno formati e questo non può che accadere con spettacoli fatti bene».

Dal 16 dicembre, il Roma Film Festival le dedica una retrospettiva (attesa anche Fanny Ardant). Sta per uscire un libro con suoi schizzi e contributi di Placido Domingo, Valentina Cortese, Andrea Bocelli...
«Fa piacere che si mobilitino tutte queste persone legate alla mia attività. Sa, essere fiorentino non è uno scherzo».

Lo trova un temperamento impegnativo?
«Il fiorentino è snob, ha la bocca serrata, il sopracciglio arcuato...».

Da quarant’anni vive a Roma. Che idea s’è fatto dei Romani?
«Roma riserva sorprese simpatiche. In questa città c’è una virulenza che si mantiene inalterata, quel misto di prepotenza e insolenza per cui Roma sfondò il mondo».

Riandando al passato, chi rimpiange fra i colleghi?
«Bertolucci, peccato quel suo destino avverso. Era così diverso da pagliacci come Rossellini o De Sica. Fra i due meglio De Sica: qualche film l’ha indovinato, ma non era un regista nato».

E fra i registi di oggi? Tornatore per dire?
«Non considero Tornatore uno dei grandi. Mi chiedeva di Almodovar? No. Semmai mi piace Ozpetek, sì, il suo Bagno turco».
Mesi fa ha pure debuttato nella regia d’opera, con Aida, e farà

Traviata al San Carlo di Napoli. L’ha vista?
«Preferisco non parlarne».

Sta lavorando a Don Giovanni, in gennaio riporta Pagliacci al Filarmonico di Verona. E il cinema? Archiviato?
«Purtroppo richiede un’efficienza fisica che io non ho più. Io mi diverto perché c’è l’opera».

Cosa rimpiange del passato?
«Ho un passato illustre, ma i giochi non sono più quelli. Rimpiango la fama che mi impediva di fare la coda davanti ai negozi».

La più grande soddisfazione della sua attività?
«Il fatto che la gente abbia palpitato per lavori come San Francesco o Gesù di Nazareth».