Intervista I Blues Brothers

Abbiamo visto le loro pazze avventure nel film che è diventato un cult, ma i Blues Brothers sono ancor più matti nella vita normale. Un esempio? Tengono decine di concerti superaffollati ogni anno, sono superstar che suonano con Springsteen o davanti ad Obama eppure prima di ogni show li trovi, armati di ferro da stiro, a stirarsi coscienziosamente le sgargianti camicie e i pantaloni colorati. Questo è il mondo di chi ha riportato il blues fuori dal ghetto; la passione e i dollaroni rendono il fantasma di John Belushi meno ingombrante, soprattutto se i Blues Brothers sono guidati da Steve Cropper (autore di classici del soul come Sittin’ On Dock of the Bay e considerato il miglior chitarrista al mondo dopo Hendrix) e dal sassofonista Lou Marini. In missione per conto di Dio anche in Italia, i «fratelli» terranno una serie di show all’insegna del tutto esaurito, tra cui si segnala quello del 16 luglio che sabato chiuderà il Festival Musicastelle in Blue al Forte di Bard di Aosta, organizzato dal Blue Note di Milano con un gran programma (martedì da non perdere il re del piano Brad Mehldau con Joshua Redman, mercoledì Manhattan Transfer, venerdì Chick Corea)... Lou Marini racconta la loro storia.
Come spiegate questo perdurante successo?
«A parte le scene degli inseguimenti in auto, viviamo ancora una vita esagerata come quella del film. Durante la lavorazione un tale ci chiamò disperato perché Belushi, completamente ubriaco, aveva bussato alla sua porta chiedendo del cibo e non voleva più andarsene; poco tempo fa uno di noi di cui non farò il nome, partì in auto non proprio sobrio, partì a folle velocità, venne arrestato e l’auto requisita. Giriamo il ruolo di noi stessi».
Beh ma questo per quanto riguarda la vostra vita.
«Sul palco è uguale, la gente si diverte, balla, canta, va fuori di testa tra Soul Man, Sweet Home Chicago, i classici di Sam & Dave. Insomma mettetevi il cappello e i Ray Ban neri e preparatevi al miglior party sulla terra».
La mancanza di Belushi avrebbe stroncato qualunque band.
«Lui ci protegge da lassù, son sicuro che balla con noi e suona l’armonica su una nuvola, o dalle fiamme dell’inferno. Ma la band è nata prima del film - quando lui non c’era - dalla nostra voglia di lottare contro il vuoto della disco music. Anche ora siamo in “missione per conto di Dio”, per combattere le porcherie che vengono contrabbandate per musica e fanno ribaltare nella tomba i veri bluesmen».
Anche voi avete trasformato un classico triste come Sweet Home Chicago di Robert Johnson in un inno ludico.
«Rispettiamo la tradizione ma il blues è nato per fare spettacolo; con noi si prende confidenza col blues, infatti la band piace anche ai puristi».
Poi però tutto è esploso col film.
«È una storia geniale e surreale eppure più vera della realtà, con giganti della musica come John Lee Hooker e Cab Calloway. Persino i luoghi del set sono diventati storici; la prigione, nell’Illinois, a causa del film è stata scelta per girare il serial Prison Break».
È vero che stirate i vestiti da soli prima degli show?
«Si, è una regola che ho stabilito perché mi piace avere la divisa in ordine come i carabinieri, visto che i miei sono di origine italiana e mi hanno parlato molto bene di Aosta, uno dei posti che siamo pronti a far esplodere».
È un festival jazz.
«Appunto, c’è bisogno di energia».
E voi avete nuovi progetti?
«Tra pochi gironi esce Dedicated, il nuov cd di Steve Cropper che tra l’altro era il chitarrista di Booker T & The MG’s, la band che ha accompagnato tutte le star del soul e noi continuiamo la missione nel mondo»