Intervista a Veltri: "Io, Travaglio e gli impresentabili Idv"

L'ex braccio destro di Di Pietro: "Una volta a cena a Napoli il
giornalista fece l’elenco di chi non doveva stare nell’Italia dei
valori

Allora, onorevole Veltri. Aveva ragione lei. Contento?
«Non so di cosa stia parlando, sono all’estero».
Insomma, non sa nulla della questione morale Idv? Tutte le cose che lei, ex numero due di Di Pietro, aveva denunciato l’estate scorsa sono di dominio pubblico. Davvero non sa nulla?
«No».
Allora la aggiorno. Mmmh, vediamo... Barbato ha preso le distanze dall’Idv, l’ex pm è stato...
«Barbato? Barbato sapeva tutto benissimo, e poteva pensarci prima quando abbiamo fatto la battaglia per la Lista civica. Un giorno siamo andati a cena dopo una grande manifestazione a Napoli. Marco Travaglio gli ha fatto un elenco lunghissimo di persone che non dovevano stare con l’Idv. Lui ci disse che non gli interessava candidarsi, perché viveva già bene con la sua professione. Poi improvvisamente, lui e Pancho Pardi, hanno accettato la candidatura. E noi ci siamo ritirati in buon ordine».
Ah, ecco. Vabbè, concludo. Dicevo, l’ex pm è stato sentito dai magistrati di Napoli per 4 ore per il caso Mautone, suo figlio Cristiano e altri esponenti Idv sono indagati... Ah, Di Pietro ha annunciato che cambierà lo statuto Idv...
«Vuol dire che l’associazione a tre scompare e rimane come unico soggetto il partito? Sarebbe una bella vittoria. E Di Pietro dovrebbe darmene atto. Anzi, mi dovrebbe ringraziare per aver sollevato la questione».
E se non è così?
«Se non è così ci hanno presi in giro. Se le cariche di Di Pietro e della tesoriera Idv Silvana Mura restano a vita, con un marchingegno giuridico all’italiana, resta tutto come prima».
Cioè come aveva sempre detto lei?
«L’associazione “familiare” che oggi controlla il finanziamento pubblico è cosa diversa dal movimento e dal partito. Se uno ci vuole entrare deve avere il placet di Di Pietro, davanti al notaio».
Associazione di cui, quando è andato via, non sapeva nulla. Giusto?
«Non si capisce perché Di Pietro, che ha fatto della legalità la sua battaglia politica primaria, ha avuto bisogno di fare un’associazione a latere, di cui nemmeno io sapevo nulla. E al tempo io ero vicepresidente Idv con delega notarile - neanche richiesta - sulla presentazione del simbolo. Non si capisce perché è stata fatta se l’ex pm aveva intenzione di muoversi in maniera corretta. Quell’associazione negava all’origine la nascita di Idv. Nessun partito ha alle spalle un’associazione così».
Ma se l’associazione non è titolata a gestire i soldi pubblici, perché finora l’ha fatto?
«Il finanziamento non andava dato all’associazione ma al partito. L’associazione non aveva i requisiti. Alla prima udienza per discutere del ricorso che abbiamo presentato il giudice di Roma ha scritto che il partito era “contumace”».
Sì, però Di Pietro dice che la Corte dei conti...
«E certo! Ogni volta che si parla del finanziamento all’Idv Di Pietro cita la Corte dei conti, ma non cita mai il parere dei revisori dei conti della Camera che per il biennio 2005-2006 hanno detto: “I bilanci Idv non sono coerenti con la legge”. E peraltro non è l’unico partito nelle stesse condizioni».
E la Camera non ha fatto nulla?
«Messa sull’avviso l’ufficio di presidenza della Camera - allora presieduta da Fausto Bertinotti - se n’è fregata. Anzi. L’ultima volta il giudice ha autorizzato il decreto ingiuntivo sul finanziamento Idv, e Bertinotti si è opposto, dando mandato all’avvocatura di Stato. È grave che la Camera dei deputati si sia comportata così, a fronte di più iniziative giuridiche».
Che cosa avrebbe dovuto fare?
«Avrebbe dovuto bloccare i soldi. Mi auguro che il nuovo presidente della Camera metta un po’ d’ordine. Quantomeno sui criteri di attribuzione dei soldi».
Cosa non funziona?
«La somma che i partiti incassano, tutti, è eccessiva rispetto agli altri paesi Ue. Ma la questione più scottante è che quel finanziamento non è soggetto né a regole né a sanzioni. Non c’è controllo. Basterebbe introdurre la responsabilità giuridica dei partiti. Quei soldi sono talmente tanti che i partiti possono andare avanti senza prendere tangenti».
Anche l’Italia dei valori?
«Se parliamo di etica e di politica come fa Di Pietro non parliamo di penale, perché a quello ci pensano i giudici. Questo è un modo per delegare tutto alla magistratura. E non va bene. I problemi deve risolverli la politica».
Fuori dal Psi nell’81, fuori dall’Idv nel 2001. Ce l’ha per vizio?
«Non capisco perché dovevo essere intrasigente con Craxi, che qualche merito politico ce l’aveva, e non con Di Pietro».
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