Le interviste furbette ai furbetti inaffondabili

Da Costanzo a Lerner, da Vespa a Pannella, trentasette colloqui con personaggi «sempre a galla»

Un capitolo di Gli Inaffondabili (Marsilio, 261 pagg., 16 euro) si intitola «Bruno Vespa e la leggenda del Duce» e già questo fa capire come il suo autore, Francesco Specchia, stia sulla notizia quando i suoi colleghi della carta stampata sono ancora alle prese con la pennica pomeridiana. Allorché si svegliano fanno finta di nulla, digeriscono il libro e lo rilanciano come fosse un loro scoop fresco fresco. Specchia è giovane, non se la deve prendere: nel giornalismo, come in politica, chi vede prima degli altri ha torto proprio perché ha ragione.
Gli Inaffondabili raccoglie trentasette ritratti di personaggi della vita pubblica italiana, da Maurizio Costanzo a Marco Pannella, da Paolo Liguori a Aldo Biscardi, da Giovanni Minoli a Giorgio Albertazzi, a Bruno Vespa, appunto. Inaffondabile non è di per sé sinonimo di uomo per tutte le stagioni, né il simbolo del trasformismo, del doppiogiochismo, del voltare gabbana.
I libri-intervista di solito ci lasciano un po’ freddi. Come tutti i generi giornalistici legati all’attualità, invecchia presto e quasi sempre invecchia male. Specchia lo sa benissimo e quindi si è premunito con una serie intelligente di accorgimenti: un ampio cappello introduttivo, delle note a margine atte a storicizzare e a riepilogare per il lettore, un forte spirito di osservazione che dall’uso sapiente dei particolari fa capire del soggetto in questione molto di più di quanto lo stesso non voglia dire. L’accenno al fatto che Gad Lerner, per esempio, durante l’intervista, tenga a sua volta acceso un registratore, per registrare chi lo sta registrando, ne coglie il carattere meglio di una seduta psicoanalitica...
Ci sono alcune uscite (battute, pezzi di dialogo, considerazioni) da manuale, piccole confessioni che spalancano abissi di sincerità e fanno simpatia. Roberto D’Agostino che dice: «Volevo essere Paolo Isotta e mi sono trovato con Marenco e Luotto, potevo essere un critico cinematografico, invece Mario Cecchi Gori mi diede sessanta milioni di lire per costruire un film sulle tette di Eva Grimaldi...». Ignazio La Russa che ammette: «Se non avessi fatto il politico mi sarei dato al cabaret». E cosa dire dei rimpianti di Pannella: «A parte il fatto di selezionare prima le domande cretine che mi fanno, nessuno».
Altre volte una semplice domanda manda in tilt un ragionamento: «Solo gli imbecilli non hanno dubbi» pontifica Luciano De Crescenzo: «Ne è sicuro?». «Senza dubbio...».
A volte il narcisismo di alcuni intervistati è così imbarazzante che provi tu vergogna per loro, altre in cui la vocazione alla bugia è talmente palmare da fare quasi tenerezza. Nelle parole di due «perdenti di successo», Paolo Liguori, Giampiero Mughini, avverti il rimpianto di essere stati utilizzati male e al tempo stesso la consapevolezza che, una volta finiti nel tritacarne della società dello spettacolo, alla fine ciò che di te resta non è la parte migliore...