INTERVISTE IMPOSSIBILI Stalin si racconta: la battaglia più sanguinaria? Quella contro Dio

Il dittatore più efferato della Storia ha seminato il terrore per tre
decenni eliminando uno a uno i suoi nemici interni ed esterni. Tutti ad
eccezione di uno

Venerdì 24 giugno scorso, presso il Teatro Manzoni di Monza, è andata in scena la tragedia «Processo e morte di Stalin», scritta da Eugenio Corti cinquant’anni or sono. Corti realizzò un ritratto straordinario dell’uomo più tragico di tutta la storia del Novecento. Tragico perché ben cosciente che la sua battaglia non era contro una parte avversa o un Paese straniero, ma contro Dio. Durante la rappresentazione monzese, Stalin ha assistito da un angolo della galleria. Noi lo abbiamo intervistato al termine della serata inaugurale.

Signor Jugasvili, come dobbiamo chiamarla? Così, oppure signor Stalin? Oppure «Koba», come usavano i capi del Politburo che poi lei mandò a morte?
«Mi chiami pure Koba. È un segno di amicizia».

Che effetto le hanno fatto le pagine con cui Eugenio Corti ha indicato le ragioni della fine del comunismo?
«Non potrei dire che non ho apprezzato. In fondo, il mio nemico vero, l’entità con cui mi sono confrontato per tutto il tempo che mi ha visto alla guida dell’Urss, è stato Dio».

Koba, ci parli di lei. Partiamo dalla sua infanzia.
«Sono nato in Georgia, da un calzolaio e da una donna di servizio. Dei futuri capi della rivoluzione d’Ottobre ero l’unico autenticamente proletario. Mia madre, religiosissima, voleva che diventassi prete e mi iscrisse alla Scuola teologica ortodossa. Fu allora che compresi che ci ingannavano, che il vero nemico era il Dio cui facevano continuamente riferimento».

Ciò non toglie che a 15 anni, lei si iscrisse al seminario ortodosso di Tiflis, per diventare prete.
«Era quello che sperava mia madre. Poco tempo dopo, però, aderii al Partito Socialdemocratico e abbandonai gli studi. Entrai in clandestinità, diedi vita ad un “gruppo di fuoco”, organizzai attentati e rapine per autofinanziamento».

Un terrorista, insomma. Diciamo un brigatista rosso. O un lottacontinuista.
«Ma mi faccia il piacere. Quelli erano quisquilie e pinzellacchere. E poi agivano fuori del tempo. Ma soprattutto erano controllati e teleguidati dagli agenti segreti delle due più grandi potenze mondiali della loro epoca».

Che erano?
«Se non lo sa lei, che c’era... L’America e la Russia, ovvio. Solo che quella Russia là faceva ridere. Non c’ero più io, al timone. Ci fossi stato ancora io, a guidarla, poveri voi italiani. Sareste caduti completamente nelle nostre mani».

Parliamo d’altro, Koba. Per esempio, della sua famiglia.
«La mia prima moglie era una ragazza semplice, estranea alla politica. La seconda, Nadezda Alliluieva, era figlia di un dirigente della frazione bolscevica del partito. La feci assumere come segretaria dapprima al ministero, poi al partito, nella segreteria di Lenin, in modo che potesse informarmi su tutto ciò che accadeva attorno al capo. Credo che succeda ancora oggi, e magari anche qui da voi, in Italia».

Succede, succede. Ma, per fortuna, con più tatto e signorilità rispetto a ciò che accadde a lei e a sua moglie.
«Faceva molto bene il suo mestiere di spia, ma finì per affezionarsi ai boss bolscevichi che giravano attorno a Lenin: i vari Kamenev, Bucharin, Ordjonikidze, Zinoviev. Non potevo certo perdonarla. A una festa al Cremlino, le gettai una sigaretta accesa nella scollatura dell’abito di gala. Umiliata e disperata, Nadezda si suicidò con un colpo di pistola l’8 novembre 1932, all’età di 31 anni».

Lei non fu né l’ideatore né l’esecutore dei massacri degli anticomunisti e delle loro famiglie. La sua specialità fu quella di massacratore di comunisti.
«Tutti coloro sui quali si appuntò la mia attenzione riconobbero fino al loro ultimo respiro che avevo ragione io. Le leggo l’ultima lettera che mi scrisse, prima di salire sul patibolo, uno dei condannati più celebri del “processo di Mosca”, Nikolai Bucharin. “Ho imparato ad apprezzarti e ad amarti”, mi scrisse Bucharin, “sappi che nei confronti di tutti voi, del partito e di tutta la causa, non provo nient’altro che un amore grande e infinito”».

Quando la lettera fu resa nota, alcuni intellettuali comunisti italiani scrissero che «Stalin rovesciò la rivoluzione nel suo contrario».
«Non si sono mai soffermati a considerare il fatto che io non ricevetti che lodi e congratulazioni da chi mandavo a morte. Forse perché la fucilazione fa meno male che la ghigliottina».

Koba, è vero che lei morì in seguito ad una lite con alcuni alti gerarchi del partito?
«È vero. Ebbi un ictus cerebrale dopo una furibonda lite con Mikojan e Kaganovic che si opponevano al mio progetto di deportare tutti gli ebrei in Asia centrale. Accorsero Malenkov, Beria, Kruscev e Bulganin, che tennero tutto sotto silenzio, e che per prima cosa, eliminarono dalla scena politica la “vecchia guardia”. L’ultimo respiro lo esalai alle 21,50 del 5 marzo 1953».

Come la presero, qui in Italia?
«La mia morte scatenò l’apoteosi tra i piccoli lacchè della sinistra italiana, unici nel mondo occidentale. Ricordo perfettamente le parole di Giuseppe Saragat: “La più grande figura del grande popolo russo”. Di Sandro Pertini: “Un gigante la cui figura non conoscerà tramonto”. Di Pietro Nenni: “Sua unica aspirazione, conservare la pace”».

È anche vero, però, che, da lì a pochi anni, Kruscev iniziò la demolizione del suo mito, cui si accodarono immediatamente tutti i Partiti comunisti.
«Ai partiti di sinistra di tutto il mondo ha fatto molto comodo attribuire a me gli aspetti negativi dell’ideologia. Io non sono stato lo “zar rosso”, non sono stato “l’artefice della degenerazione del marxismo-leninismo”. È un giudizio che fa comodo ai rinnegati che si sono impunemente reinseriti nel sistema capitalistico occidentale».