LE INTERVISTE MILANISTI LEGHISTI

MilanoDove c’è rabbia non c’è rassegnazione. Equazione che si traduce in striscioni, gazebo e raccolta firme. Cosa non si fa per Kakà. Tutto e di più con il leit motiv «giù le mani dalla Bandiera». Sì, la «B» è maiuscola che perché lui, per loro, è il simbolo di Milano. «Dopo la Madonnina», aggiungono i tifosi che protestano perché non si (s)vende «la bandiera». Altrimenti? «Non ci resta nient’altro da sventolare» chiosa Matteo Salvini, parlamentare leghista, che legge e rilegge le emozioni vissute «insieme» a Ricardo: «Uno scudetto, una Champions league, una coppa del mondo per club, due supercoppe europee, una supercoppa italiana e....». Squillo del telefonino. È l’onorevole Giancarlo Giorgetti, numero uno del Carroccio lombardo, che vuole sapere chi porterà le sciarpe. Anche Giorgetti sugli spalti di San Siro con la rabbia per l’addio rovente.
«È una vendita impensabile. Che bisogno ha Silvio di questi soldi? Il Milan che se ne fa di cento e non so più quanti milioni di euro? Risultato? Acquisteremo tre, quattro francesi e finiscono i soldi. Film visto con Sheva». Spunta la maglia numero 22, la dedica «A Matteo, i believe in God». Paola Frassinetti, deputato di An, ironizza: «I believe in Go(l)d». «Certo i problemi sono altri e ben più gravi ma con la passione calcistica non si scherza» dice con la determinazione di chi sta in curva da quando aveva sì e no diciassette anni: «Fronte e Milan, volantinaggi e capitan Baresi». E vai con le accoppiate di una vita, mentre Salvini organizza Padania rossonera e piange su Facebook la perdita del fuoriclasse: «Di tutte le trattative dell’era Berlusconi è quella che più ci penalizza. Mister Ancelotti sostiene che “faremo senza” ma come si fa a meno di un campione che è la squadra? La Juve, giusto per capirci, metterebbe in vendita Buffon?». Be’, Luciano Moggi sostiene che «coi miliardi presi per Zidane ha costruito una Juve stellare». «Moggi? Non scherziamo, non perdiamo tempo a commentare» replicano all’unisono Salvini and Frassinetti, mentre si organizza l’assedio a San Siro.
Strategie perché Kakà non sia un pezzo della collezione di Sheikh Mansour Bin Zayed Al Nahyan, «e poi come può il cattolico, il religioso Ricardo finire a servizio da uno sceicco islamico». Dettaglio che i leghisti sparano sui volantini, «ieri, i pasdaran islamici pregavano in piazza Duomo, intonavano canti ad Allah e violavano il simbolo per eccellenza del mondo cattolico ambrosiano e oggi rubano anche l’altro e unico simbolo della Milano calcistica». Vabbe’, ma non si sputa comunque su 110 milioni e al giocatore 55mila euro al giorno. «Qualcuno sostiene che sarebbe forse immorale rispedire al mittente questa proposta. Qualche altro che il Paperon de’ Paperoni del City è forse da neuro, sogna solo in grande e certamente è convinto che coi milioni si possono comperare pure le emozioni. Sbagliato, qualcuno glielo dica, magari Silvio. Il premier sa che certe cose non sono in vendita». Segue elenchino dell’orgoglio rossonero e non, «Baresi e Maldini non sono mai stati ceduti dalla società», «Galliani sbaglia e lo sa di sbagliare», «noi tifosi rossoneri non lo potremo mai perdonare».
Virgolettati di chi non può ammettere che il mondo del Milan è già cambiato, che ormai c’è un punto di non ritorno e che, invece, lancia un’idea: «Kakà è il Milan e il Milan è Kakà. Venderlo è assurdo. Ancor di più perché accade a gennaio. E, allora, se proprio ridimensionamento deve essere che lo sia: non vendete Kakà ma la società. Se no è il fallimento, il più grande fallimento nella storia rossonera». Il tempo però stringe, c’è la questura da avvisare per le iniziative fuori dallo stadio e gli sms pro-Kakà che attendono una risposta. Salvini esclama: «Ma quello là (lo sceicco Mansour, ndr) possiede pure il cinque per cento della Ferrari. Allora, che succederebbe se la casa automobilistica di Maranello decidesse di svendersi alla casa reale di Abu Dhabi? Sarebbe la rivolta degli italiani, giusto. Non si meravigli Silvio della nostra protesta. Anzi, scenda con noi in piazza a difendere Ricardo. Lui, Silvio, sa di calcio e non può sbagliare una mossa come questa». Aspettando il premier, l’orgoglio rossonero non si rassegna e promette di non far decollare l’aereo di Kakà per Manchester, «quel 16 agosto 2003 quando sbarcò a Malpensa c’eravamo anche noi ad accoglierlo. E noi non lo faremo partire». Promessa di Matteo e Paola, politici che non vogliono strappare la tessera del Milan.