Intesa Berlusconi-Fini: no al modello tedesco

Un vertice per fugare le incomprensioni sulla riforma elettorale. Il Cavaliere: il bipolarismo è una nostra conquista da non abbandonare. Per i due leader il referendum può mandare in crisi Prodi. L’ex premier: «Gianfranco si sta convincendo a candidarsi a Roma e fare come Chirac a Parigi»

Roma - Gli ultimi scampoli dell’attività parlamentare prima della pausa estiva si consumano nei due rami del Parlamento. E Silvio Berlusconi conclude la sua personale tre giorni all’insegna del contatto diretto con gli eletti di Forza Italia. Un piccolo «tour de force» gastronomico che vede il presidente di Forza Italia incontrare a cena prima i senatori, poi i deputati e infine, i parlamentari europei. Saluti di commiato pre-vacanziero che si trasformano in un’occasione per caricare e galvanizzare le truppe parlamentari. Ma anche per fare il punto sul momento politico, senza risparmiarsi aneddoti e battute, in perfetto stile berlusconiano. Il tutto coronato dall’incontro scaccia-incomprensioni con Gianfranco Fini che va in scena a Palazzo Grazioli nel pomeriggio e serve a riportare il sereno tra i due storici alleati.

È proprio sul filo di battute e confidenze che si snodano questi incontri, con una inevitabile proiezione sull’attualità politica. Si ragiona di politica estera, con una panoramica sulla situazione internazionale. «Sarkozy? È stato il mio avvocato vent’anni fa in un contenzioso francese. Le sue idee sono le nostre idee» dice il presidente azzurro che a settembre potrebbe recarsi in visita dal presidente francese. Il tutto accompagnato da una sonante bocciatura della politica del governo. «Si tratta di un esecutivo che non è presente nei momenti cruciali delle decisioni e non contribuisce alle decisioni riguardanti l’Ue» dice Berlusconi ai giornalisti. Una versione che, nei colloqui con gli eurodeputati, viene tradotta in una frase più tranchant: «L’Italia non conta niente e la nostra immagine internazionale è a pezzi» e lo stesso D’Alema «non perde occasione per parlare male degli americani».

Nelle sue considerazioni il Cavaliere si muove ad ampio raggio. Riserva una stoccata ai senatori a vita, la maggior parte dei quali «si è dimostrata organica a questa sinistra e continua a votare disattendendo la volontà degli elettori». Poi rivela: «Qualcuno del centrosinistra mi ha confidato di considerare questo governo, e uso le loro parole, alla frutta». Infine una dichiarazione di intenti sull’esigenza di costruire un grande Partito della libertà da contrapporre al nascente Pd. E una battuta su Fini. «Si sta sempre più convincendo a candidarsi a sindaco di Roma e di fare come ha fatto Chirac».

Calato il sipario sul pranzo di saluto estivo con gli europarlamentari, nel pomeriggio va in scena il chiarimento ad ampio raggio con Gianfranco Fini. Un rendez-vous di un paio d’ore - presenti Andrea Ronchi e Gianni Letta - resosi necessario dopo i malumori finiani per la dura presa di posizione antireferendaria assunta da Forza Italia e quelli berlusconiani per la conferenza stampa del presidente di An insieme ad Antonio Di Pietro. Un incontro che produce da parte del Cavaliere quelle rassicurazioni richieste a gran voce sull’altro fronte. Berlusconi, infatti, dice parole nette sul paventato superamento del bipolarismo. «Non ritengo che sarebbe un passo in avanti per la nostra democrazia. E non ci interessa neppure il modello tedesco» spiega a Fini. «Prima di passare a un sistema che lasci liberi i partiti di fare ciò che vogliono, bisogna pensarci non una ma molte volte.

Sono venuti a parlarmi i leader del centrosinistra ma noi non possiamo abbandonare la nostra conquista». Il numero uno di Forza Italia rassicura anche sul referendum, facendo capire agli interlocutori aennini che «non è il peggiore dei mali». «Io, però, non posso sposare quella causa» spiega il presidente azzurro «perché non posso compromettere l’unità della coalizione», e in particolare i rapporti con la Lega. «Da parte nostra, però, non c’è una pregiudiziale» dice a Fini «anche perché noi di Forza Italia, come primo partito non abbiamo nulla da temere nè dal referendum nè da qualsiasi altra legge elettorale». Tanto più, ragionano i due, che se la consultazione popolare dovesse andare in porto, la deflagrazione dentro la maggioranza di governo sarebbe forte, con Mastella pronto a fare entrare in crisi la maggioranza. In ogni caso i leader di Fi e An tracciano una rotta comune, concordando di «affrontare insieme ogni scenario possibile», cercando sempre una strategia comune e «tenendo la barra dritta con alcuni paletti condivisi».