Intesa Stati Uniti-Nord Corea

L’America assicura che non intende attaccare quello che considera uno Stato sovrano

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Due due incontri a quattr’occhi paiono aver spinto le trattative con la Corea del Nord su una buona strada, a un passo incomparabilmente più rapido dei lunghi anni di «tavoli a sei». I rappresentanti degli Stati Uniti e della Corea del Nord non solo si parlano, ma parlano su quello che si sono detti, sui risultati che, con tutte le cautele del caso, potrebbero essere a portata di mano. Non sono stati ancora affrontati, certo, i problemi concreti e «tecnici», lo status esatto delle centrali nucleari di Pyongyang, i meccanismi delle garanzie e degli indennizzi; ma per la prima volta si è entrati nel merito del problema che per i nordcoreani è centrale, quello politico, e in questo campo Kim Gye Kwan, negoziatore in nome del dittatore comunista Kim Jong Il, ha indubbiamente ottenuto risultati per lui positivi, concessioni importanti, raggiunto i primi suoi dichiarati obiettivi.
«Gli Stati Uniti sono pronti - ha dichiarato il capo della delegazione di Washington, il sottosegretario agli Esteri Christopher Hill - ad avviare un processo di normalizzazione delle relazioni con la Corea del Nord. Le nostre assicurazioni che non attaccheremo militarmente il Paese sono parole serie e non formule vuote». E ancora, l’America assicura: «Consideriamo la Corea del Nord uno Stato sovrano che non deve temere un nostro attacco». Sparisce formalmente la definizione, in vigore ancora quest’anno a Washington, del regime di Pyongyang come «un avamposto di tirannide», e si avvia al dimenticatoio anche l’inclusione della Corea del Nord nel famoso Asse del Male (che a questo punto si riduce al solo Iran).
Kim Jong Il ha dunque ottenuto parecchio di quello che chiede. Non tutto e non gratis. Rimangono per ora fuori portata un trattato formale di non aggressione fra il suo Paese e gli Stati Uniti, la stipulazione di un trattato di pace che metta fine alla guerra iniziata nel giugno 1950 con l’attacco nordcoreano al Sud, messa in frigo quattro anni dopo da un armistizio che ha sospeso ma non concluso le ostilità. E infine la «denuclearizzazione» dell’intera penisola coreana, Nord e Sud. Washington è particolarmente cauta su quest’ultimo punto: ricorda che gli ordigni nucleari Usa sono stati ritirati recentemente dalla Corea del Sud, e che una formulazione più larga e impegnativa metterebbe in pericolo le strutture di difesa americane nel Pacifico. Ad ogni modo Pyongyang dovrà dimostrare le sue buone intenzioni con gesti concreti: smantellando tutti i suoi programmi nucleari in un modo che possa essere verificato e controllato da osservatori internazionali. Un miglioramento dei rapporti bilaterali, uno scambio di garanzie e di sicurezza e un accordo energetico potranno venire soltanto dopo. Gli americani, infine, non escludono un ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu se queste richieste non verranno accolte. Ma l’America si trova pressoché isolata al «tavolo grande» dei negoziati di Pechino. Intransigente resta il Giappone. Il capo della delegazione di Tokio, Kenichiro Sasae, insiste che la Corea del Nord «deve prendere una decisione sostanziale e strategica e impegnarsi ad abbandonare i programmi nucleari».
Su una linea opposta si colloca la Corea del Sud, che da tempo ha avviato una politica di riconciliazione con il Nord e offre tutti i possibili incentivi ai «fratelli separati» in cambio dello smantellamento dei programmi nucleari: forniture energetiche di duemila megawatt (l’equivalente dell’intera produzione attuale nordcoreana), aiuti economici, garanzie di sicurezza e normalizzazione dei rapporti. «Questa è la strada giusta ed equa per chiudere la crisi, e siamo convinti che siano presenti tutte le condizioni perché una dichiarazione di questo tenore sia accettata dalle parti».
Nella stessa direzione si muove il Paese ospite, la Cina, che si è venuta distaccando dai toni più aspri che hanno contrassegnato la diplomazia americana fino a un paio di mesi fa (apparentemente da quando la conduzione dei negoziati non è più nelle mani del «super falco» Bolton ma è stata presa in mano personalmente da Condoleezza Rice).