Intesa sulle quote: a Forza Italia il 65% dei seggi

An avrà il 30% e i piccoli il 5%. Fuori dal partito unitario la Lega punta a 45 deputati e il Mpa a 10. Lunedì comincia la scelta dei nomi, con priorità a Senato e regioni in bilico

da Roma

Alla fine di una giornata interminabile, tra riunioni allargate e faccia a faccia a porte chiuse, Berlusconi e Fini trovano l’intesa sciogliendo finalmente il nodo delle liste del Pdl su cui da giorni si stanno arrovellando le diplomazie di Forza Italia e An. Pure con qualche frizione, se il Cavaliere era deciso a non scendere sotto la soglia dei duecento seggi sicuri alla Camera per gli azzurri mentre da via della Scrofa ne chiedevano il 30 per cento del totale. Cioè circa 100, considerando che in caso di vittoria in virtù del premio di maggioranza il Pdl non avrebbe meno di 340 deputati. Tra i quali vanno contati anche quelli della Lega (che se i sondaggi si riveleranno esatti dovrebbe aggirarsi intorno a quota 45) e l’Mpa di Lombardo (una decina). D’altra parte, se fare le liste è impresa titanica già per un singolo partito - con i consueti scontri tra correnti - era pressoché impossibile che il Popolo della libertà - dove oltre a Forza Italia e An si contano anche una pletora di piccoli - non vivesse le stesse difficoltà. Tanto che entrando a Palazzo Grazioli il tesoriere azzurro Crimini derubrica le questioni economiche legate alla fusione come «l’ultimo dei problemi».
Così, andando avanti a limature e dopo due diverse riunioni tra Berlusconi e Fini (la prima a Montecitorio, la seconda e decisiva a Palazzo Grazioli), la forchetta si va lentamente riducendo e si arriva «con soddisfazione» all’intesa: il 57-58% dei seggi a Forza Italia (190-195),il 25% (84-85) ad An e il resto - da cui vanno levati i circa 40-45 deputati che potrebbe portare a casa il Carroccio e i circa dieci dell’Mpa - ai più piccoli ai quali dovrebbe restare poco meno del 5% dei seggi (15-16). Percentuali, queste, ovviamente riferite al totale dei deputati che potrebbe portare a casa la coalizione e non alle proporzioni all’interno del Pdl (Bossi e Lombardo corrono infatti con il loro simbolo). Negli equilibri interni al Popolo della libertà, invece, Forza Italia peserà il 65%, An il 30 e i piccoli il 5. E probabilmente per il Cavaliere non sarà facilissima neppure la trattativa che da oggi si aprirà con i cosiddetti nanetti a cui sono stati riservati una quindicina di seggi: i Popolari liberali di Giovanardi (6-7), la DcA di Rotondi (3-4), il Pri di Nucara (2-3), il Nuovo Psi di Caldoro (2), Azione sociale della Mussolini (1-2), Italiani nel mondo di De Gregorio (1-2), i Liberal democratici di Dini (2), i Pensionati di Fatuzzo(1). Insomma, qualcuno dovrà vedere ridimensionate le proprie aspirazioni. Mentre i posti riservati ai Circoli della Brambilla saranno in quota a Forza Italia.
Da lunedì, dunque, si potrà finalmente iniziare a mettere mano alle liste concretamente, perché i vari coordinatori regionali - i cui tavoli sono stati congelati - avranno numeri concreti su cui lavorare. Con un occhio particolare al Senato e a quelle regioni che, in base ai sondaggi sulla scrivania del Cavaliere, risultano in bilico. Sia Fini sia Berlusconi, infatti, concordano sul fatto che soprattutto in Abruzzo, Calabria, Lazio, Liguria e Sardegna «dovranno concentrarsi i maggiori sforzi». Non solo sotto il profilo della scelta dei candidati, ma pure dal punto di vista della campagna elettorale.
Forza Italia e An sono alle prese anche con la formalizzazione del matrimonio. Oggi, al più tardi domani, si dovranno infatti presentare dal notaio per mettere nero su bianco la nascita del Popolo della libertà. Questione delicatissima su cui Ghedini (per gli azzurri) e Caruso (per via della Scrofa) stanno lavorando ormai da giorni. Innanzi tutto, si sono stabilite le regole sul simbolo che sarà «variabile»: nella parte superiore il logo del Pdl con al centro la striscia tricolore a dividere e in basso la scritta «Berlusconi presidente» (la parte che cambierà a seconda che si tratti delle politiche o delle amministrative). Eppoi sono stati buttati giù i 14 articoli dello Statuto che prevede un presidente (Berlusconi), un vicepresidente (Fini), un consiglio direttivo e due rappresentanti legali.