Intolleranza ideologica

Il disegno di legge governativo sulle cosiddette coppie di fatto è nato male, è cresciuto peggio e finirà in una confusione giuridica e finanziaria senza precedenti. Andiamo con ordine partendo dal diritto-dovere della Chiesa cattolica di richiamare i credenti alla coerenza della fede in ogni momento, anche quando si è legislatori. Anzi, proprio in quel caso, i cattolici dovrebbero testimoniare prima ancora che l’obbedienza dal magistero della Chiesa, la bontà di una cultura sociale, civile, economica e istituzionale che nella Democrazia cristiana trovò la sua più alta interpretazione politica. Da quella cultura ci si può allontanare, ma lo si deve dire con forza e con chiarezza. Dall’altro lato la coerenza dei cattolici non è un nuovo clericalismo, né intacca l’autonomia della politica e delle sue istituzioni democratiche. In occasione del divorzio e dell’aborto nessun democristiano votò a favore. Tutti fecero una battaglia parlamentare per opporvisi ma nessuno di essi rifiutò poi la scelta di un Parlamento libero e democratico.
È nell’atteggiamento di quel tipo che si coniuga un’idea politica ancorata a valori cristiani per una società solidale e posta sempre a difesa della vita con l’autonomia dello Stato e delle sue libere istituzioni. Chi nega alla Chiesa il diritto di richiamare i cattolici ad una coerenza, in realtà è il vero testimone di un confessionalismo di segno contrario che in nome della libertà vuole togliere agli altri, Chiesa compresa, la propria libertà di parola. E andiamo agli errori politici. Nessuno ha negato l’esigenza di metter mano ad una legislazione che tutelasse, sul terreno dell’assistenza, della previdenza e di quant’altro chi liberamente ha scelto di convivere. E men che meno la Chiesa cattolica. Se questo fosse stato l’obiettivo condiviso da tutti la scelta conseguente sarebbe dovuta essere quella di affidare al Parlamento e non al governo la definizione di un quadro legislativo equilibrato. E invece no. Il governo ha voluto marcare il proprio territorio. Un errore politico grave nato dalla richiesta forte di tutta la sinistra politica di mettere il proprio marchio su quelle iniziative facendo così una scelta di parte e facendone lievitare il tasso di ideologizzazione. L’esatto contrario di ciò di cui si aveva bisogno, e cioè un approccio laico alla tutela di chi tutelato non era senza scomodare presunti modelli di famiglie alternative a quella naturale.
Una scelta politica volutamente di parte, dunque, che non si attenua con lo sforzo, pure visibile, di togliere dal disegno di legge tutte quelle espressioni che potevano alludere a presunte parità tra famiglia naturale e coppie di fatto. Le parole sono importanti ma non tanto da negare la sostanza. Una prova lampante l’abbiamo in una omissione grave del testo di legge. Non abbiamo letto alcuna norma che tutelasse, accanto ai conviventi da più di nove anni, anche chi aveva contratto una precedente unione matrimoniale. In moltissimi casi uomini e donne che convivono hanno alle spalle precedenti matrimoni. Ebbene, chi tra i coniugi separati è il più debole? Come si concilia la tutela del nuovo convivente con la tutela del precedente coniuge debole? In questa diversità si può annidare il maggior valore che si vuole dare alle coppie di fatto rispetto alla famiglia tradizionale. Né è sufficiente rifarsi alla normativa che disciplina il divorzio. Insomma se il convivente ha diritto alla tutela sanitaria, quest’ultima viene tolta al coniuge precedente che sia rimasto solo e senza reddito sufficiente? E come si concilia il diritto all’eventuale reversibilità della pensione al convivente di oggi con gli obblighi che si hanno verso il coniuge separato e forse ancora più debole?
Due esempi che la dicono lunga su come si sia preferito lo scontro ideologico alla ricerca di un equilibrio tra valori diversi e non sempre alternativi. Aver voluto disciplinare con questa normativa anche i conviventi che non sono una coppia rappresenta indubbiamente un passo in avanti verso la deideologizzazione della questione ma apre nel contempo problemi giuridici e finanziari senza precedenti. Nei suoi quarant’anni di governo su temi come questi la Democrazia cristiana non invocò mai la solidarietà della maggioranza parlamentare. Era la saggezza della sua laicità mai disgiunta dalle radici profonde e dai valori del cattolicesimo politico. Chi oggi ricorda e plaude a quella vecchia laicità democristiana, faccia altrettanto e non si lasci tentare da un radicalismo pasticciato e intriso di intolleranza invocando la solidarietà della maggioranza di governo.