Inutile l’allarme della Camusso, l’articolo 18 non cambia

RomaNiente riforma del mercato del lavoro, almeno con questo governo. E, quindi, nessuna modifica all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che regola il reintegro di chi è stato licenziato senza giusta causa. Almeno per il momento. Perché il prossimo esecutivo - soprattutto se tecnico - potrebbe mettere mano a una norma che esiste solo in Italia e tutte le istituzioni internazionali hanno individuato come uno dei nodi da sciogliere per fare crescere l’economia italiana.
Che il maxiemendamento alla legge di stabilità su questo fronte non avrebbe riservato sorprese, era cosa nota da tempo. Ma questo non ha impedito che ieri sull’articolo 18 sia montato un caso che si è sgonfiato solo di fronte alle 23 pagine del testo uscito dal ministero del Tesoro.
Ad accendere la miccia, il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso che nel pomeriggio ha rilasciato una serie di dichiarazioni salva-Statuto e salva-pensioni: «Noi speriamo che ci sia il buon senso di capire che in questo momento il Paese ha bisogno di coesione e che non si approfitti di situazioni di questo tipo per metter mano ai licenziamenti e alle pensioni».
La leader di Corso d’Italia si è augurata che «per il bene del Paese» non ci sia la riforma che ci chiedono la Banca centrale europea, quando ha messo all’indice il dualismo del mercato del lavoro italiano (troppe differenze tra garantiti e non garantiti), e anche la Commissione europea. «Ho qualche preoccupazione - aveva spiegato poco prima - che torni di assoluta attualità un intervento unilaterale sui licenziamenti. Non sono affatto serena».
A buttare un po’ di benzina sul fuoco ci ha pensato poi il senatore di Italia dei valori, Elio Lannutti. Mentre Tremonti stava ancora parlando ai senatori della Commissione Bilancio, è piombato sui giornalisti riferendo che il ministro aveva annunciato modifiche all’articolo 18. Nel testo non ci sono. E il governo non ha nessuna intenzione di aprire una riforma così complessa a fine corsa.
«Camusso ha parlato a Berlusconi perché Monti intenda», spiegavano ieri sindacalisti non della Cgil. In sostanza, il segretario generale della Cgil, dopo tre anni da opposizione piuttosto facile, visto che il «nemico» era un governo di centrodestra, ha mandato un messaggio al prossimo esecutivo che sarà politicamente più vicino al sindacato della sinistra, ma che potrebbe essere costretto a scelte decisamente più impopolari rispetto a quelle prese da Silvio Berlusconi in questa legislatura. Sul lavoro, ma anche sulle pensioni. Se la Bce e l’Europa dovessero chiedere misure drastiche, la Cgil si ritroverà catapultata in un clima da anni Novanta, ai tempi del governo Ciampi e della politica dei redditi. A quei tempi, il primo sindacato era guidato da Bruno Trentin e si fece carico di sacrifici per il paese. La Cgil della Camusso questo lusso non può permetterselo.