Inutile nascondersi dietro le bandiere Dopo Boniperti quanti fallimenti doc

Quanto gli piace apparire come l’uomo che non dice niente. Non è una bella immagine, soprattutto perché c’è dire e dire. Dire con le parole. E dire con fatti, azioni, intenzioni, spessore della presenza e della intraprendenza. Roberto “Bobby gol” ieri ci ha lasciato dentro il sapore acre del tempo che passa e del tempo passato invano. Come qualcuno l’avesse tirato fuori da un sarcofago e lui fosse rimasto ai momenti in cui gli bastava essere una bandiera.
È finito il calcio delle bandiere e sono finite le bandiere nel calcio. Finito il loro essere e il loro poter essere. Ieri Bettega ha raccontato tante cose con lena e leggerezza, quasi parlasse di una cosa lontana e non di una squadra da risollevare, una società da rivitalizzare, un allenatore da salvare. Il fascino discreto della bandiera non basta più. Non è mai bastato a nessuno. Quante ne sono state ammainate in nome di un mestiere che non era di pertinenza loro?
La copertina dell’album dei ricordi appartiene di diritto a Gianni Rivera, che provò a diventare il padrone del teatro e ne venne cacciato. Rivera, in realtà, non è mai stato un uomo di gestione e amministrazione, ha funzionato meglio come uomo pubblico, uomo immagine o uomo politico. Solo in campo era un fuoriclasse, ha coltivato il talento donato da madre natura e l’ha sfruttato al meglio. Si è inventato il sindacato calciatori, con Mazzola e Bulgarelli, ma la sua grandezza nella società di cui è stato bandiera assoluta, tuttora inarrivata e inarrivabile, si è risolta in qualche buco nell’acqua di troppo e con etichette di forma più che di sostanza.
Sandro Mazzola è stato un eccellente gestore e amministratore nell’Inter di Fraizzoli. Oggi conserva ancora in cassaforte i contratti firmati da Falcao e Platini, che poi non poté mandare a buon fine. Il “baffo” era un duro che, nello spogliatoio o con i giornalisti, non parlava soltanto per far atto di presenza. Ci teneva ad esser «un uomo che dice qualcosa». Gestì al meglio la risparmiosità di Fraizzoli, fu costretto a lasciare, con discreto anticipo sul prevedibile, la compagnia di Massimo Moratti. Mazzola sbagliò qualche acquisto, ma altri portarono discreti attivi (o plusvalenze, come si diceva quando facevano fiore all’occhiello) alla cassa al momento della cessione. Poi ci fu qualcosa che non quadrò: nei rapporti e nella reciproca fiducia. E l’Inter ammainò una bandiera per issarne un’altra. Giacinto Facchetti scalò le poltrone nerazzurre fino a diventarne presidente. Ma fu più consigliere, che uomo di peso nelle decisioni. Tanto che nell’unico caso in cui prese posizione (la conferma di Zaccheroni), Moratti dovette inventarsi una soluzione finanziaria per convincere Zac alle dimissioni e non screditare Facchetti. Mancini aveva già firmato il contratto e, forse, il presidente bandiera non ne fu informato.
Belle le bandiere che sventolano, ma il pallone è troppo legato al business per poterle rispettare. Antognoni ci provò in tutti i modi con la Fiorentina, ma passò come acqua. Bruno Conti si è assestato in un lavoro dietro le quinte che lo gratifica, ma non rende omaggio alla sua storia romanista. Gigggi Rivvva è rimasto Rombo di tuono, ama la sua isola, ma ha trovato una gratificazione solo con la nazionale. Antonio “Totonno” Juliano è stato l’idolo di Napoli ed ha contribuito a portare Maradona. Ma con Ferlaino sarebbe stata vita dura per tutti. Così fu. E Juliano è scomparso nei flutti dei ricordi.
Dino Zoff ha avuto fortune alterne. Bobo Boninsegna una esperienza breve. Giacomino Bulgarelli è sempre stato vicino al Bologna, ma era più decisivo in campo. Massimo Mauro ci ha provato con il Genoa. Meglio lasciar perdere. Tutti convinti, o speranzosi, che prima o poi nel nostro calcio rinascesse un Boniperti, straordinario giocatore e altrettanto invidiato, e invidiabile, dirigente. Così non è stato. Ed ora rinasce Bettega, quando sul ponte sventola bandiera bianca. Anzi, biancaneura.