"Inutile votare Pd". Ora lo dice pure Tonino

Rissa fra alleati nel centrosinistra. Franceschini: "Non scegliete Idv.
In gioco la democrazia, partita solo fra noi e il Pdl". Di Pietro: "Ipocrita". Donadi: "Dario disperato, ridotto a rubare quattro voti per
rendere meno imbarazzante il tracollo"

Roma - Walter, per lo meno, con i suoi «ma anche», lasciava aperto qualche spiraglio. Pratica borghesissima del dubbio che lo esponeva alle frecciate della satira, ma che gli forniva un’utile via d’uscita tutte le volte che faceva un errore tattico. Dario invece no. Lui lo ha capito subito che bisogna prendere posizioni nette. Ieri, ad esempio, ha rivendicato il monopolio del voto di opposizione alle prossime elezioni europee. Ha detto che quella del 6 e del 7 giugno sarà «una partita» solo tra Pd e Pdl. E che quello che conta sarà lo scarto di voti tra i due partitoni. Da quello si capirà se esiste ancora un’opposizione. E da questo dipenderà «la qualità della democrazia in Italia».

E sarebbe stato il classico, e un po’ scontato, richiamo al voto utile che accompagna ogni campagna elettorale della sinistra, se gli altri partiti della minoranza, dentro e fuori il Parlamento, non avessero reagito in modo per lo meno irriverente. A partire, ovviamente, dal partito di Antonio Di Pietro. Tonino è stato feroce: «L’unico vero voto utile è quello a favore di quei partiti che si oppongono allo strapotere razzista, fascista e xenofobo di Berlusconi. Non certo quello di chi se ne ricorda, ipocritamente, soltanto sotto le elezioni». Di più: «Men che meno ha titolo a chiedere il voto utile, per combattere Berlusconi, chi non ha avuto il coraggio di sfidarlo in prima persona né di porsi come partito di resistenza». Il capogruppo alla Camera Massimo Donadi ha buttato sale sulle ferite di Franceschini: «Le sue parole sono desolanti e rendono palese la disperazione di un partito nato con vocazione maggioritaria e che un anno dopo è ridotto ad attaccare gli alleati per rubare quattro voti». Disperazione, ma anche «imbarazzo». Quello di «tracollo elettorale cui il gruppo dirigente si è già rassegnato».

Poi ci si è messo anche Claudio Fava di Sinistra e Libertà che alla sagra degli aggettivi ha aggiunto «malinconico», riferendosi però sia alle parole di Franceschini, sia alla risposta dipietrista. Ovviamente l’intento di tutti dimostrare che il vero voto di opposizione è quello alla lista di casa. Anche quello di Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, secondo il quale «con quanti gol di scarto il Pd perderà la sfida europea con il Pdl è un problema che interessa solo la panchina di Dario Franceschini, ma non riguarda certamente le sorti del campionato e del paese».
Toni elettorali a parte, c’è chi, come Roberto Castelli della Lega Nord, solleva un caso Franceschini, costretto «a spararle grosse per dimostrare che esiste» e per risollevare un partito che è obiettivamente a terra.

Ad esempio sugli immigrati, ha osservato il portavoce del Pdl Daniele Capezzone, il segretario del Pd ha fatto «un autogol» sul tema degli immigrati. Perché «isola il Pd da tutte le sinistre di governo del mondo, che praticano una linea di giusta severità contro l’immigrazione clandestina». Compresa quella spagnola di Zapatero. Ieri Franceschini ha in sostanza accusato il governo di avere utilizzato strumentalmente il tema dell’immigrazione per farsi campagna elettorale. Poco importa che nei giorni scorsi il Pd abbia puntato sull’immigrazione. E che lo stesso leader sia arrivato ad evocare le leggi razziali. Giorni fa, sempre in clima preelettorale, ha fatto riferimento al servizio militare di Silvio Berlusconi, sorvolando sul fatto che lui la leva obbligatoria la trascorse nella città natale. Praticamente in casa. Altri autogol da ascrivere al segretario del Partito democratico.

Sul piano strettamente tattico c’è stato poi il nodo referendum. Il quesito per modificare la legge elettorale è stato sposato con convinzione dal leader Pd, con un intento chiaramente politico. Quello di mettere in difficoltà la maggioranza facendo emergere le divisioni tra Pdl e Lega. Il risultato - abbastanza scontato - è stato che Berlusconi ha detto che avrebbe votato sì al referendum. E che le prospettive di dialogo tra la sinistra e il partito di Umberto Bossi - che il Pd perseguiva sempre con l’obiettivo di dividere la maggioranza - si sono ridotte al lumicino.

Recentemente c’è stato un altro tentativo di andare in rete che si è trasformato in un gol nella propria rete. Questa volta da manuale. Ha invitato Silvio Berlusconi a partecipare alle manifestazioni per il 25 aprile. Tentativo un po’ goffo di mettere i bastoni tra le ruote al premier, immaginandolo alle prese con maggioranze risicate e identitarie, che si è trasformato nella classica alzata di palla. La schiacciata del premier è puntualmente arrivata con la sua partecipazione ai festeggiamenti per la Liberazione. Qualche «ma anche» non avrebbe guastato.