Invece di annullare, come aveva promesso, i tagli voluti dalla Cdl, Vendola istituisce nuove figure dirigenziali. Con stipendi intorno ai 100mila euro all’anno Sanità, la Puglia inventa 108 posti da lottizzare

Giuseppe Salvaggiulo

da Milano

L’alto richiamo del capo dello Stato Giorgio Napolitano a combattere «duplicazioni e confusioni di responsabilità e poteri, moltiplicazioni di istanze decisionali e di enti derivati e quindi di incarichi elettivi e non elettivi retribuiti in modo ingiustificato» dovrebbe rappresentare un monito per tutti gli amministratori pubblici. Tanto più in Puglia, dove il presidente della Repubblica ha ritenuto di denunciare i crescenti costi della politica.
Eppure i segnali che arrivano da quella regione non inducono all’ottimismo. Dopo un passo avanti con la legge che istituisce l’avvocatura regionale (tagliando migliaia di incarichi esterni e decine di milioni di spese legali), il governatore di Rifondazione Nichi Vendola ne fa due indietro sulla sanità. Allestisce 108 nuove poltrone dirigenziali di nomina indirettamente politica e aumenta i costi di 12 milioni di euro all’anno.
Le norme. La giunta regionale di centrosinistra mette mano alla prima riforma sanitaria. Materia sensibile e spinosa, il predecessore Raffaele Fitto (Forza Italia) ne sa qualcosa: quando provò a toccare gli ospedali, ne uscì con le ossa rotte. Vendola ne approfittò cavalcando le proteste contro il Piano Fitto fino all’inaspettata vittoria elettorale dell’aprile 2005.
È passato un anno e mezzo ma della revoca del famigerato Piano Fitto, accusato in veementi comizi di cancellare il diritto costituzionale alla salute, non c’è traccia. Le vecchie norme sono ancora operative, i reparti soppressi non sono stati riattivati, gli ospedali chiusi non riaperti.
I distretti. In attesa della rivoluzione promessa, la giunta interviene sui distretti sociosanitari. Si tratta di strutture territoriali che rappresentano un’articolazione delle più note Asl (Aziende sanitarie locali). In Puglia ce ne sono quarantotto e finora ciascuno era governato da un direttore. Ora Vendola cambia registro: un direttore non basta più, ne servono altri due. Due per quarantotto fa novantasei dirigenti in più.
Le Asl. Non basta. In ciascuna delle dodici Asl pugliesi è istituito un ufficio di coordinamento delle cure primarie, che si aggiunge al direttore generale, al direttore amministrativo e al direttore sanitario. A capo del nuovo ufficio c’è un altro dirigente. In tutto sono dodici in più.
I costi. Novantasei nuovi dirigenti per i distretti, dodici per le Asl. Totale: 108 poltrone con stipendi intorno ai 100mila euro l’anno. Rocco Palese, capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale, ha calcolato un aumento di costi di circa 12 milioni di euro l’anno. E lo ha fatto presente nella discussione in assemblea, denunciando (invano) l’assenza di copertura finanziaria.
La lottizzazione. Ma l’aggravio di costi per il bilancio regionale è solo un corno del problema. L’altro è l’inarrestabile invadenza della politica nella sanità. «Anziché assistere gli ammalati, questa riforma assiste solo la politica», accusa Palese. Perché tutte queste figure dirigenziali non vengono scelte con un concorso pubblico, ma direttamente dai direttori generali. I quali sono nominati dalla giunta e - come in tutte le Regioni - selvaggiamente lottizzati dai partiti. Un anno fa, il governatore fu costretto a mesi di trattative furibonde per metterli d’accordo. Alla fine - tra raccomandazioni via sms, sedute notturne della giunta e battute sull’«assalto alla dirigenza» - l’intesa fu raggiunta secondo lo schema 4 ai Ds, 3 alla Margherita, 1 ciascuno a Rifondazione, Sdi, Udeur e Socialisti autonomisti, 1 in quota Vendola.
Quei direttori generali (e i partiti di riferimento) ora dovranno nominare un centinaio di nuovi dirigenti. Avanti, c’è posto. L’assalto alla dirigenza può ricominciare.
giuseppe.salvaggiulo@ilgiornale.it