Invece di chiedere scusa per il fango su Storace «L’Unità» porta in tribunale un ebreo di 87 anni

RomaIl buonsenso latita e la moda della gogna sembra prendere sempre più piede. Illuminante in tal senso la parabola giudiziaria che ha avuto come protagonisti Francesco Storace, leader della Destra e all’epoca dei fatti (marzo 2005) candidato alla poltrona di presidente della Regione Lazio, il quotidiano L’Unità e Mario Limentani (sopravvissuto ai campi di concentramento).
Ieri l’ultimo atto di questa odissea giudiziaria che si trascina da sei anni. Un ultimo atto penoso con la «deportazione» in tribunale dell’ottuagenario Limentani, reo secondo i difensori del foglio fondato da Antonio Gramsci di aver prodotto una falsa testimonianza quando, intervistato da una cronista de L’Unità, confermò quanto detto nel corso di una commemorazione pubblica alla Fosse Ardeatine. E cioè che era stato fermato, portato alla Casa del Fascio e picchiato dal padre di Storace nel 1941. Peccato che, all’epoca dei fatti, il padre del futuro presidente della Regione Lazio avesse soltanto dodici anni e vivesse a Sulmona (a 160 chilometri dalla capitale).
Lo stesso direttore del quotidiano, Antonio Padellaro, in un editoriale sconfessò il falso scoop. E chiese pubblicamente scusa a Storace. Il leader della Destra evitò di intraprendere una causa penale per diffamazione. E puntò piuttosto su quella civile. «Per rispetto soprattutto dei giornalisti - spiega lo stesso Storace -. Una causa civile sarebbe stata sufficiente per annullare il fango così proditoriamente gettato su di me e sulla mia famiglia».
Due anni fa, nel corso del dibattimento in aula, Mario Limentani sconfessò la giornalista dichiarando di non aver mai pronunciato quelle parole. Quindi la difesa del quotidiano adottò una nuova strategia. Dimentichi delle parole di Padellaro, gli avvocati di Luana Benini (che firmò l’intervista a Limentani e che per questa «gaffe» è stata censurata dallo stesso Ordine dei giornalisti) hanno chiesto la perizia fonica della registrazione, scaricando quindi sull’ex deportato il fardello di una probabile falsa testimonianza.
«Il giudice - racconta Romolo Reboa, legale di Storace - poteva chiudere tutta la faccenda col buonsenso e con una prova oggettiva irrefutabile: vale a dire l’età anagrafica del padre di Francesco». E invece no. Il giudice ha dato parere favorevole alla richiesta di una perizia fonica, di fatto allungando i tempi di questo processo.
«L’Unità vuole affermare che Mario Limentani ha detto il falso - spiega il leader della Destra - quando ha testimoniato in mio favore. E per arrivare a questo non si fa alcuno scrupolo. Fino a vedere la forza pubblica portare il povero Limentani quasi di peso in tribunale nonostante i suoi 87 anni».
«Limentani- conclude Storace - è stato costretto a deporre accompagnato dalle forze dell’ordine per scaricare su di lui quelle infami dichiarazioni. La cronista dell’Unità, anziché pagare dazio per avermi diffamato senza nemmeno la classica telefonata di verifica, gioca con la sua difesa spregiudicata la carta della colpa di un anziano. È una vergogna. Chissà che ne pensa la comunità ebraica di Roma».
Già, chissà che ne pensano.