Invece Jeremy Irons butta via i soldi dei risparmiatori

Numeri ed equazioni sono sexy quanto i denti d’un cammello. Però adesso, mentre anche alla gente comune arrivano gli spruzzi delle docce scozzesi in borsa, con i su e giù di mercati all’orlo del collasso, il cinema americano ci farà scoprire come tutto ebbe inizio. Come, cioè, siamo arrivati ad aprire le giornate guardando con ansia a Francoforte e a Piazza Affari. L’implosione finanziaria, del resto, ci coinvolge dal 2008 ed era ora che arrivasse (esce a ottobre negli Usa) un film come Margin Call, scritto e diretto dall’esordiente J.C. Chandor e già il titolo è tutto un programma: la chiamata di margine, infatti, è il termine tecnico che indica la richiesta di fondi addizionali per reintegrare il margine mancante, assorbito da un movimento avverso dei corsi sul mercato. Capito, casalinga di Voghera? Raccontare alle masse le recenti turbolenze finanziarie non è semplice e prodotti come Wall Street. Il denaro non dorme mai, con Michael Douglas nel ruolo dell’avido Gordon Gekko, hanno fatto il loro tempo. Anche se è stato proprio il suo regista Oliver Stone, negli ultimi vent’anni, a lanciare accuse tremende al sistema. Stavolta, però, siamo oltre la denuncia, perché la finanza internazionale si muove lungo i binari del suspense e, nell’incertezza, orientare l’indignazione è impossibile. Ecco così un thriller, che tenta l’operazione riuscita con successo a The Social Network di David Fincher: spiegare al popolo i passaggi decisivi d’un cambiamento profondo.
Margin Call, che assembla un cast formidabile (Jeremy Irons, Zachary Quinto, Stanley Tucci e l’ancora bella Demi Moore), riassume le 24 ore decisive d’una giornata del 2008, all’interno d’una banca dinvestimento, che somiglia tanto alla Lehman Brothers (e lo è, altrimenti non si spiega perché Margin Call figuri al settimo posto nella Black List di Hollywood). Quando, il 16 settembre, l’analista di bilancio Eric Dale, con la faccia familiare di Stanley Tucci, scopre che qualcosa non quadra nei conti della banca, è licenziato in tronco. Ma prima di raccogliere i suoi effetti personali nella tipica scatola di cartone, Eric consegna al giovane collega Peter Sullivan (Zachary Quinto) una chiavetta di computer, contenente i dati di files che scottano. E che certificano come, appoggiandosi su azioni virtuali, la banca corra verso il fallimento. Segue una lunga notte bianca a Manhattan, durante la quale i tre top manager, accusati di mentire ai loro clienti e capitanati dal boss dei boss John Tuld (un Jeremy Irons dal carisma cinico), cercano di occultare il crollo dei fondi di Bear Sterns. Momenti di grande cinema si mescolano, così, a grandi momenti di verità sociale.