Invece di tagliare gli sprechi l’Unione condona gli onorevoli

Eppure sta ancora là! A pagina 21 del programma dell’Ulivo si legge a tutt’oggi: «Ridurre i costi della politica». E mica per scherzo, stando a quel che c’è scritto, perché così recita il capitolo: «È questione centrale per un sistema politico funzionante e legittimato. E il problema non è il “se”, ma il “quanto” ridurre i costi della politica».
Più chiaro di così, si muore. Ma allora come mai nessuno, Prodi in testa, si è alzato la scorsa settimana per prendere per la collottola l’udeurrino Francesco Ardenti che, in commissione Affari costituzionali della Camera ha presentato e fatto votare un ennesimo condono previdenziale per politici e sindacalisti all’interno del cosiddetto decreto milleproroghe? Come mai Luciano Violante, che è il presidente della 1ª commissione di Montecitorio, è rimasto in silenzio? Perché nessuno ha detto nulla contro una norma che di fatto prende i soldi dalle tasche dei cittadini e le mette in quelle di politici e sindacalisti che hanno scordato (un eufemismo... ) o non hanno potuto versare i propri contributi?
Un silenzio di tomba. Forse ci voleva Massimo D’Alema che, a rispondere, almeno ci prova. L’ha fatto nell’ultimo Ballarò davanti alle contestazioni mossegli dal presidente di Federmeccanica che ha trovato di pessimo gusto scegliere la reggia di Caserta per il summit del governo ulivista, aperto da una lunga sfilata di autoblù. «Era la scuola di pubblica amministrazione di Caserta!, non la reggia» ha protestato il ministro degli Esteri, assicurando che non s’era sborsata perciò una lira. Peccato si sia scordata la benzina per le berline, gli straordinari per le scorte, i rifornimenti alimentari e quant’altro. Ma si sa che i nostri politici, quando devono far di conto, vanno in tilt. Ricordo un esilarante servizio di Report di Milena Gabanelli in cui si chiedeva ad alcuni parlamentari quanto guadagnassero: «9 milioni e 2 al mese!» strillava sicuro Teodoro Buontempo (An). «12, 13 milioni delle vecchie lire» correggeva l’Udc Baccini. «Attorno ai 14» incrementava il verde Paolo Cento. «27 milioni e 800mila delle vecchie lire» saliva il tesoriere di Bertinotti, Franco Bonato. Una torre di Babele.
Ma quanto prende un parlamentare? La maggior parte delle fonti parla di 5.940 euro, più una diaria di 4.000, più 4.190 per l’ufficio nel collegio, più 3.100 per il telefono e altri 3.100 per viaggi all’estero senza contare uso degli uffici della Camera, computer, tessere per cinema e stadio. Una bella somma (tassabile solo per un terzo dei 5.940 di indennità) che Tremonti riuscì a decurtare di un 10% (ma anche qui solo di quei 5.940 euro), sollevando un mare di proteste.
Arrivano le elezioni del 2006 e Prodi, servendosi proprio di Report rilancia allora la sfida: ridurre i costi della politica, dice, confessando che da presidente dell’Ue prendeva prima 16mila, poi 19mila euro al mese. «L’Italia - dice il Professore - ha il costo della politica più elevato di tutti. Stipendi, ma non solo, visto il numero di persone che operano in queste istituzioni, consulenze, spese generali, acquisti di edifici. Davvero un mare di spesa!». Interverrà, allora?, gli chiesero. E lui: «Per forza! Dico, ragazzi: siamo persone serie o no?». S’è visto. Fin qui sulla pagina 21 del programma ulivista si può solo aggiungere: condono previdenziale. Del resto non c’è traccia alcuna.