Gli investigatori: 48 ore per risolvere il giallo

Il pm potrebbe iscrivere già domani un nome sul registro degli indagati. Si cerca l’arma del delitto

nostro inviato a Garlasco (Pavia)
Quarantotto ore di riflessione. È questo il tempo che si sono dati gli inquirenti per cercare di rimettere a posto tutti i tasselli che compongono il complesso mosaico dell’omicidio di Chiara Poggi. Servirà ai carabinieri per ripensare a quanto fatto finora e analizzare il materiale sequestrato nella villa del delitto. E al magistrato per decidere se iscrivere, forse già domani, qualche nome sul registro degli indagati.
In questo momento infatti c’è di sicuro il cadavere di una povera ragazza uccisa a colpi di martello, o di una piccozza, da una persona che lei ben conosceva e che a sua volta sapeva tutto di lei. Chiara Poggi, descritta da tutti come riservata, ha infatti aperto al suo assassino in pigiama. Cosa che non avrebbe mai fatto con un estraneo. Mentre l’assassino era a conoscenza che lei era sola in casa, perché genitori e fratello erano in vacanza in Trentino. E per questo ha portato con se l’arma del delitto, non ancora ritrovata, per ucciderla. Non un raptus ma un omicidio premeditato.
In questi giorni l’attenzione degli investigatori si è appuntata su due figure chiave: Stefania Cappa, 23 anni, cugina di Chiara, e Alberto Stasi, 24 anni, il fidanzato, la persona che ha scoperto il cadavere e che poi ha lanciato l’allarme. Entrambi infatti sono già stati sentiti in due occasioni. Alberto in particolare per lunghissime ore.
In qualche modo possono aiutare a scoprire chi sia entrato lunedì tra le 9 e le 11 nella villetta di via Pascoli 8 a Garlasco, e abbia aggredito la ragazza. Un primo colpo a freddo, sferrato alla nuca. La vittima non cade, si gira e ne riceve un altro alla fronte. Ancora trova la forza per fuggire verso la prima porta che vede, quella della cantina. Ma viene raggiunta e colpita altre due volte. Cade bocconi sulle scale, la guancia sui gradini. Il killer va a lavarsi nel box della doccia, quindi fugge.
Poco dopo Alberto inizia a chiamare la fidanzata. Più volte, al fisso e al cellulare. Inutilmente. Anche se dai tabulati Telecom risulta una risposta di quattro secondi dal telefono di casa. Quasi sicuramente si tratta di un banale contatto. Preoccupato alle 14 si precipita da lei: suona, quindi scavalca la recinzione, apre la porta, si aggira frenetico tra le stanze. Poi, guidato dalle macchie di sangue, si affaccia alle scale della cantina e scopre il cadavere. Fugge spaventato senza nemmeno toccarlo. Per strada chiama il 118 quindi si presenta dai carabinieri. Stranamente, pur avendo girato per la casa imbrattata di sangue e materia cerebrale, non ha la minima macchiolina sulle scarpe. Inoltre c’è una incongruenza nel racconto. «Era sicuramente morta, ho visto la guancia, era terrea». Ma i carabinieri quando arrivano trovano il viso di Chiara completamente coperto dal sangue che, per qualche minuto dopo la morte, ha continuato a uscire copioso.
Le indagini si sviluppano su due piani. Da una parte si ricostruiscono vita e amicizie della vittima. Senza però trovare la benché minima ombra. Non c’è un amante segreto, uno spasimante respinto, un nemico giurato, una persona invidiosa o gelosa di lei. Dall’altra i Ris, che rovesciano casa. Scoprendo che l’assassino, come detto, si è lavato in bagno. Il box della doccia viene smontato: rubinetti, portasapone persino lo scarico per prelevare l’acqua stagnante nella speranza sia rimasto anche un solo pelo dell’assassino. Ancora qualche giorno, poi gli investigatori dovrebbero avere ulteriori elementi per venire a capo del giallo.