Investire sui risparmiatori

Sembra che, alla fine, il governo abbia trovato l’accordo sulla riforma del credito. È un anno che il Giornale insiste dicendo che questo è il punto fondamentale e che il risiko bancario non è il cuore del problema. Al centro stanno gli interessi dei risparmiatori che, dopo le schifezze della Cirio e della Parmalat, ancora aspettano che sia fatta una legge capace di garantire i loro risparmi. Questo, e solo questo, è ciò che ci interessa. Ma, evidentemente, a tutti gli altri che hanno parlato, e spesso straparlato, di queste questioni dei risparmiatori non importa un bel nulla. Non lo diciamo per partito preso. Lo diciamo perché tutto ciò che hanno detto ha riguardato tante cose ma mai i cittadini che hanno dei denari da parte e che vorrebbero vederli tutelati e garantiti.
Ci auguriamo che questa riforma vada nel senso giusto e cioè inserisca nel sistema bancario un po’ più di concorrenza che faccia diminuire i costi e faccia percepire ai cittadini le banche come luoghi un po’ più amichevoli.
Chi da mesi parla della competitività, parlando delle banche si è occupato di altro: scalate degne e scalate indegne, voti alla finanza buona e alla finanza cattiva, addirittura distinguo, come già fece Marx, tra capitali produttivi e capitali improduttivi e via di questo passo. Ma anche qui di risparmiatori neanche l’ombra.
Questo ci preoccupa non poco. Perché temiamo che alla fine sotto a tutto questo chiacchiericcio ci sia solo la volontà di un gruppetto di potere (un po’ di finanza, qualche banca, un giornale in particolare, qualche imprenditore «illuminato») di non desiderare che qualche altro, soldi alla mano, sconvolga il loro giochetto.
Sembra che Fazio, nonostante le numerose sollecitazioni a farlo, non intenda dimettersi dal ruolo di governatore. Del resto noi ribadiamo che ad oggi, salvo prova contraria, non c’è nulla che possa essere considerato oggettivo per formulare una condanna a Fazio. Ci sono delle intercettazioni che, qualcuno, violando illegittimamente il segreto istruttorio, ha pensato bene di diffondere ai quattro venti, ben sapendo che in Italia, da tempo, basta anche meno per «condannare» delle persone. Sarebbe bello che, nel frattempo che vengono richieste le dimissioni a Fazio, ma non ci speriamo, anche questi signori facessero un passettino indietro ed evitassero di violare quel sacrosanto segreto che deve caratterizzare il momento dell’acquisizione delle prove. Non ci speriamo, ovviamente, neanche un po’.
Ci augureremmo anche un’altra cosa, per la verità. Sarebbe desiderabile che tutti coloro che si sono pronunciati contro le scalate ad Antonveneta e a Bnl e al Corriere della Sera, sostenendo di essere portatori di istanze etiche e difensori di equilibri democratici, la piantassero di romperci l’anima con questo chiacchiericcio e dicessero, se qualche idea l’hanno, qualcosa su come riformare il sistema. Perché il giudizio sulla validità di queste scalate lo dà il mercato e sulla loro correttezza lo dà, se necessario, la magistratura. Tutto il resto non compete questi signori.
Non c’è dubbio che, pur non potendo accusare Fazio di alcunché, il prestigio dell’istituzione da lui governata ha subito dei colpi importanti. Di perdita di credibilità. Ma, lo ripetiamo, il cuore del problema non è questo. Il cuore del problema sono gli interessi di coloro che, sudando (nella stragrande maggioranza dei casi), hanno messo da parte dei soldi e vorrebbero essere sicuri che qualcuno non glieli portasse via dal luogo dove ritenevano che stessero al sicuro: le banche.