Inzaghi all’ultimo secondo congela le paure del Milan

Il bomber entra e regala la vittoria più insperata. Gran gol di Pirlo. Gilardino, errori imbarazzanti

Franco Ordine

da Milano

È bene che il Milan, e il campionato, preparino una statua a Filippo Inzaghi. Se l’inseguimento alla Juve e la sfida scudetto non sono finiti ieri sera, dopo aver in modo scellerato, dilapidato almeno quattro-cinque palle gol utili per il raddoppio, il merito è tutto suo. Un monumento, dunque. Dopo quel gol fatto al Palermo che portò un altro successo ai rossoneri. Due sigilli, sei punti: mica male come media. Niente da dire sul merito del Milan, parliamo del primo tempo, ma stava per finire male. Anzi malissimo. Con un pareggio inatteso e indigesto. Alla fine Inzaghi riscalda i cuori dei milanisti e cancella gli errori di Gilardino e compagnia.
Mai fidarsi delle apparenze, in amore come nel calcio. E infatti il Milan chiude la prima frazione contro il Lecce col modesto attivo di un solo gol dopo averne sfiorati, sbagliati, mangiati, almeno quattro. Il motto, mai fidarsi delle apparenze, deve valere anche nei confronti di Andrea Pirlo che è diventato uno specialista dei calci di punizione con le tre dita. Tutte le volte che gli riesce la magia, per esempio con l’Udinese in casa due settimane prima, c’è la tendenza a prendere per il naso il portiere uccellato oppure a mettere in stato di accusa la barriera allestita. Forse è il caso di aprire una parentesi, andare contro corrente e segnalare la bravura dello specialista, Pirlo insomma, il quale si allena a Milanello almeno tre-quattro ore a settimana e da quel che se ne sa, riesce a beffare anche Dida e Kalac che pure lo conoscono bene. Dopo tre minuti il Lecce è già sotto di un gol e il Milan sembra avviato verso un placido successo. Che gli può riuscire persino in un tempo se Gilardino avesse avuto la mira dei giorni migliori e se Rui Costa, al tiro un paio di volte dal limite dell’area, non avesse sfiorato il bersaglio grosso. Gilardino, tra l’altro, sbaglia ciò che è lecito e ciò che non è lecito, specie quando gli riesce il dribbling su Sicignano e deve solo, spostato sulla destra, inquadrare la porta. Il Lecce si sente come risparmiato dal destino oltre che dalla discutibile vena dell’attaccante azzurro (ci prova anche Gattuso con un destro di forza che si perde a lato).
A furia di fidarsi del Lecce e della sua apparente fragilità, il Milan si consegna a un finale beffardo. Nella ripresa non gli riescono le azioni d’attacco prodotte nella prima frazione mentre invece ai pugliesi capita, perché il calcio è fatto così, ti punisce quando hai le mani bucate, di trovare l’occasione giusta per rimettersi in partita a metà tempo. È un’azione di quelle che solitamente consentono ai rivali di castigare il Milan, punizione da un lato, palla dall’altro, Stam che si fa uccellare da Vucinic che è più piccolo, molto più piccolo e Dida, nella circostanza, arriva con una frazione di ritardo su Konan, abilissimo nel saltare la sagoma del brasiliano. A quel punto vengono i mal di pancia ai milanisti, già congelati nel freezer di San Siro. Ancelotti prova ciò che è scritto, via Gilardino e dentro Inzaghi.
Dopo un missile di Ledesma fuori di poco, il Milan ce la fa nel finale. È una magia o chissà che cosa ancora. Certo può arrivare solo da un demonio che si chiama Pippo Inzaghi e che può trasformare in oro e diamanti una palletta di Pirlo (colpo di testa) al culmine dell’ultimo assalto propiziato dal lancio di Nesta. Inzaghi prende anche un colpo al ginocchio ma deve sentirsi superman, non si ferma più nella corsa sotto la curva.