Inzaghi: un gol al Barça per convincere Lippi

Franco Ordine

da Milano

«Così mi fate morire». Silvio Berlusconi, al telefono, non ha avuto pudori nel confidare ad Adriano Galliani, la sua condizione. È un Milan per gente dal cuore forte, come dimostrano l’urlo disumano dentro lo stadio, a San Siro, paralizzato dal rischio eliminazione, e quel che è avvenuto in ogni angolo della metropoli e della Lombardia. «Mi raccontano di gente sintonizzata su altre trasmissioni svegliata da urla belluine, la cosa bella è che qualcuno non capiva se si trattava del gol del Milan o dell’Inter» racconta Adriano Galliani, l’uomo delle cento macumbe, «ho ripetuto ogni gesto come contro l’Ajax» racconta a suo figlio Gianluca nella lunga, immensa notte seguita al pericolo scampato e al primato (rossoneri primi nel ranking Uefa grazie a due semifinali e un quarto di finale raggiunto nei tre anni precedenti) recuperato al volo, appena s’è aperto il paracadute di Inzaghi e Shevchenko. «Presidente, abbiamo segnato troppo presto» la replica di Galliani a Berlusconi mentre il cellulare del vice-presidente vicario passa di orecchio in orecchio, da Ancelotti a Inzaghi, da Shevchenko a Paolo Maldini, tutti a consolare il premier rimasto in bilico troppo a lungo come il suo Milan. «Quel risultato vuol dire che la fortuna tira dalla sua parte» sentenzia Arrigo Sacchi, uno degli ospiti d’onore, con Cesarone Maldini e il Trap, Savicevic, tutti convocati per ricordare i 50 anni del torneo continentale in salsa milanista. L’aveva previsto, Arrigo, il tormento nei confronti del Lione guidato da quel portento di Juninho («pensi, l’avevo proposto al Real Madrid, Perez continuò a ripetermi “que no, que no”»). Non aveva previsto l’estasi successiva. «Dieci minuti da manuale, ecco cosa ha fatto il Milan».
Chi ha fatto morire, a notte fonda, tutte le speranze coltivate dai diecimila francesi di Lione, è stato quel demonio di Filippo Inzaghi, che ora cerca un gol al Barcellona, avversario di gran portento, per convincere Lippi. Tra lui e il suo popolo è nato una specie di rapporto paranormale. «Io sento che loro si aspettano da me un gol e io lo trovo» racconta in preda all’ennesimo trionfo testimoniato da qualche numero d’eccezione, 4 reti in 5 sfide di coppa Campioni, 52 il bottino complessivo, la stessa cifra di Raul.
Spente le luci di San Siro, nella notte infinita, Inzaghi s’è fermato a cena nel solito ristorante della zona Marghera: è arrivato accompagnato da amici e ospiti, ha salutato Cafu e Parreira, il ct del Brasile, ha visto Gilardino e Jankulovski, tristi e solitari, in un angolo, e li ha invitati al suo tavolo, a condividere gioie e racconti, commenti e paradossi sotto gli occhi rapiti di tifosi e ragazze spigliate in attesa di un cenno. «Stando in panchina, senza fare neanche uno scatto, ho perso 3 chili» la confessione di Gilardino che è alle prese, è evidente, con un duro apprendistato psicologico, è divorato dalla tensione oltre che dalla voglia di cancellare quello zero in Champions league che è una specie di zavorra ai piedi. «Marcello lo sa, uno così può tornare utile, con me si infortunò nell’ultima amichevole prima del mondiale in Giappone» rievoca con gli amici Giovannino Trapattoni e qui il dibattito decolla fino a cogliere la solita questione aperta con Lippi, inseguito da un altro, curioso destino. Tutte le volte che s’avanza per dare un’occhiata al Pippo rossonero, quello lo inchioda con le sue magìe, i suoi giochi di prestigio. «E pensare che stavo scivolando e non mi ero accorto che alle spalle c’era anche Kakà pronto a ricacciare in porta la palla» spiega Inzaghi per stendere il filo tra il 2003 e il 2006. Come per gridare al mondo intero che è ringiovanito di tre anni. E che si sente il bomber del destino.