Inzaghi restituisce la Champions al Milan

Franco Ordine

nostro inviato a Belgrado

L’onore è salvo, l’incasso pure: il Milan resta in Champions league. E può difendere con orgoglio il suo primato nel ranking Uefa. I migliori degli ultimi cinque anni sono dentro il prossimo torneo. E si aggiungono a Inter e Roma, promosse d’ufficio nell’attesa del Chievo. A San Siro come a Belgrado, la vicenda si decide nel nome e nel segno di Pippo Inzaghi. Finché c’è lui, il Milan può fare conto su un bel bottino di gol. Di destro all’andata, di testa al ritorno: il repertorio è quello, completo, dei bomber di razza. Adesso insegue Shevchenko che è a quota 57, a un passo. È il suo prossimo dichiarato obiettivo. Oggi, al ritorno da Belgrado, Adriano Galliani può mettersi in viaggio per Madrid senza misteri. Ha un appuntamento con Calderon, il presidente del Real. Deve concludere il negoziato per riportare nel calcio italiano Ronaldo. Valutazione sui 15 milioni di euro. Anche Capello, con una frase di circostanza, dà il via libera all’operazione. Con il Milan in Champions, secondo la promessa fatta alla squadra e ai tifosi, arriva il rinforzo. Che sia utile, al Milan, lo scopriremo solo a ottobre.
Bisogna esserci per capire. Bisogna provare che cosa vuol dire entrare dentro il catino del Marakana di Belgrado mentre 70 mila ringhiano e si muovono a ritmo da trasmettere l’idea di un’onda lunga che tutto può stravolgere, per mettere alla prova la tenuta del Milan e dei suoi. Non manca lo striscione mafiosi ricamato dentro la coreografia Uefa. Il Milan, sotto la spinta degli ordini di scuderia, conquista presto il campo e si prepara a mettere al sicuro la qualificazione con un golletto. La partenza è autoritaria, meno convincente la qualità e l’efficacia del gioco. Alcune disattenzioni del gioco corto procurano le intemerate di Ancelotti in panchina e di Costacurta in campo: Serginho e persino Pirlo ricevono cicchetti in diretta che segnalano il livello di tensione dalla parte del Milan, ma anche Seedorf conclude poco e meno ancora apparecchia per il resto della squadra che si batte con la solita puntualità. Inzaghi continua a galleggiare sulla linea del fuorigioco con la sua vocazione solita a cogliere l’attimo fuggente. L’occasione buona passa dalle sue parti allo scadere della prima mezz’ora di gioco: l’azione si snoda sulla destra dove arrivano, su ispirazione di Kakà, prima Cafu e poi Gattuso il cui cross deviato da Pantic diventa una manna caduta dal cielo di Belgrado per il superPippo milanista. Capocciata vincente (in posizione sospetta secondo le riprese televisive, non a occhio nudo) e sigillo numero 54 della sua strepitosa carriera internazionale.
La Stella Rossa ha un perticone di uno in attacco, Zigic, e i suoi invece di cercarlo con qualche preciso e veleggiato cross continuano a giocare palla a terra, che è poi la specialità di Costacurta, il capitano, chiamato a rammendare la tela difensiva e a tenere tutti svegli. I serbi non sono granché, squadra di modesta levatura, ancor più modesto è il livello tecnico nei tiri dalle parti di Dida impegnato, nella prima frazione, un paio di volte nelle uscite che non sono certo la sua specialità. A quel punto la strada sembra segnata e infatti il Milan, nella ripresa, invece di lasciarsi aggredire, prende il sopravvento in modo deciso e comanda il gioco senza riscuotere dal dominio il necessario fatturato. Inzaghi sfiora il palo, Seedorf si lascia frenare dal portiere locale, uno dei migliori, ma è sempre la squadra di Ancelotti a menare la danza e a controllare il risultato senza sussulti. Perché nelle poche occasioni di orgoglioso riscatto create dai serbi, la percentuale di pericolosità è insufficiente. Negli spazi che si aprono in contropiede, Kakà invece di esaltarsi denuncia la propria impreparazione. Sotto voce, vorremmo segnalare un problema: c’è da parlar chiaro al brasiliano prima dell’inizio della stagione. Seedorf sigilla la qualificazione a pochi rintocchi dalla fine con una scudisciata che ammutolisce lo stadio e tutta Belgrado. Dejan Savicevic, in tribuna, s’alza in piedi ad applaudire. Sul 2 a 0 capita la solita caduta di tensione e persino la Stella Rossa, con Dida a caccia di margherite sul prato, si guadagna l’onore del sigillo. Grazie a Dokic, uno dei pochi presentabili. La resa dello stadio si conclude con un applauso ai rivali. Anche da queste parti c’è rispetto per l’avversario più forte.