Inzaghi, il tribuno della plebe s’impone a suon di gol

L’attaccante, convocato per il ko di Vieri, è il ritratto della gioia dopo il gol a Cech: «Il mio doping? L’affetto della gente»

nostro inviato a Duisburg
Ci sono due cose che fanno imbestialire Marcello Lippi: essere condizionato dal destino e ritrovarsi sotto la pressione mediatica di una marcata volontà popolare. Tutte e due le condizioni di disagio lo riconducono, inevitabilmente, a Filippo Inzaghi e alla sua partecipazione al mondiale. Da queste parti, Pippo, SuperPippo nazionale, 22 reti in azzurro al pari di Sandrino Mazzola detto Baffo, 258 in carriera e 18 incorniciate nella stagione della resurrezione, non doveva esserci. Di questi tempi, senza l’infortunio toccato a Bobo Vieri, lo avremmo incrociato di sicuro tra i viali di Milano Marittima scortato da una di quelle bellezze al bagno che tolgono il respiro e moltiplicano l’invidia per la categoria e il suo 740. E invece, eccolo qui che rispunta - come Pippo dal fumetto, gli passano sopra col tir e lui si rialza incolume - a rendere meno impervia la strada azzurra verso Kaiserslautern. Quando montò la campagna di stampa nazionale per portare Inzaghi al mondiale, d’improvviso quel musone di Vieri decise di rilasciare una bella intervista dalla riviera di Montecarlo, di chiedere scusa, in ritardo di oltre due anni, ai giornalisti italiani offesi a Lisbona. Chissà perché! Qualcuno, magari il suo astuto procuratore Sergio Berti, magari lo stesso ct, pensava così di ricucire lo strappo. Più forte di loro fu il destino che eliminò dalla corsa Bobo Vieri, crac al ginocchio, intervento chirurgico, e diede via libera a Inzaghi e alla sua voglia di stupire, all’età di 32 anni portati con l’innocenza di un bambino.
La seconda volta in cui Lippi si ritrovò in affanno fu qualche giorno prima del viaggio ad Amburgo, stretto nell’angolo da un sondaggio popolare che decretava il gradimento per l’inserimento di Inzaghi in azzurro e dall’esito polemico di alcuni dibattiti televisivi, tutti molto critici nei confronti del ct e della sua ostinata fiducia riservata a quel «paracarro» di Toni. A un certo punto della sfida con la Repubblica Ceca, dall’arena di Amburgo che non era propriamente San Siro, si levò un coro che divenne una specie di boato: «Pippo Inzaghi segna per noi». E Lippi diede il cambio a Gilardino, esausto per tutta quella fatica compiuta, da solo contro mezza difesa praghese, per convinzione, non per darla vinta al sondaggio e alla parte di stadio tutta schierata con Pippo.
Con Inzaghi in campo, ignorato dai lanci di Totti, la nazionale tornò a farsi pericolosa in contropiede, a sfiorare il 2 a 0, infiocchettato nel gran finale. «Devo ringraziare il mister che mi ha dato fiducia»: le parole scolpite da Pippo alla fine sono come certi pre-stampati che si ritrovano negli uffici tecnici erariali. «Avete sentito? Fatelo sapere» fu la replica dell’allenatore.
Come per Lippi, ci sono due cose che esaltano Inzaghi nei momenti di difficoltà apparente. Se si ritrova contro il mondo e se l’allenatore lo ignora, come si fa con un vicino di casa non molto simpatico, lui si trasforma in una specie di incubo. Comincia ad agitarsi, tempesta di sms i suoi fidati interlocutori, in allenamento abbassa gli occhi e suda, tira fuori ogni due minuti i numeri da bomber di razza e si sfoga con papà Giancarlo e con l’amico fidato, Erminio, arrivato da Milano. Il giorno dopo aver vinto la seconda scommessa consecutiva, il mondiale dopo il Milan, Inzaghi si bea di una sola cosa. «Non del gol fatto a Cech, anticipato dalla finta viperina, ma dell’affetto straordinario della gente, quello è il mio doping» ripete passeggiando per il centro di Düsseldorf.