«Io, a 30 anni sul podio della Scala»

C'è grande attesa per il direttore David Afkham. Stasera è la sua prima volta alla Scala. È giovane, 30 anni, nel medagliere ha due ori che gli hanno spalancato la strada. Non inganni cognome e aspetto mediorientale, il papà, medico, è iraniano. Ma lui è nato a Friburgo, ed ora risiede a Berlino dove il fratello maggiore è viola dei Berliner Philarmoniker. «Sono tedesco al 100 per cento, nato e cresciuto in Germania, avverto però le mie origini mediorientali, e sono interessato alla cultura di questa parte del mondo», ha spiegato.
L'Orchestra Filarmonica della Scala ha deciso di scommettere su di lui, come già fece nel passato con giovanotti di belle speranze. Speranze non tradite da Gustavo Dudamel e Robin Ticciati, per esempio. David Afkham dirige lunedì, alle 20, ma il giorno prima è impegnato nelle prove aperte a favore dell'Associazione Seneca Onlus. Con domenica, si chiude così il quinto anno del progetto «La Filarmonica incontra la città» promosso dall'orchestra e Unicredit. Nel 2014 sono stati 1.281 gli spettatori che hanno acquistato i biglietti per le quattro prove registrando un incremento del 49,7 per cento rispetto al 2013. Il dato interessante è che per il 52 per cento si tratta di nuovo pubblico Afkham ha diretto tante orchestre dell'area anglosassone, quindi l'Orchestra Nazionale di Spagna (che dirigerà stabilmente da quest'anno), e un qualche americana, la Cleveland anzitutto. Manca l'Italia, a tacere del concerto con Santa Cecilia di Roma, fu un successo, si sta infatti progettando un altro invito.
L'Italia, dice Afkham, «è simbolo della bellezza e dell'arte. La musica è l'Italia: così mi insegnarono i miei genitori», che lo portarono piccolissimo alla Scala. La tempra pare teutonica. Si dice che sia severissmimo... «Sono esigente, ma non lo faccio per me, lo faccio per la musica. Mi piace scherzare e ridere, ma quando faccio musica sento che tratto di una sostanza più alta di quello che siamo», spiega. Alla prima prova con la Filarmonica, ammette, «ero un po' nervoso: è umano... ma ora sono tutto concentrato sulla musica e non penso al debutto».
Fino ad ora ha lavorato anzitutto con complessi di area anglosassone, che impressione ha delle orchestre latine? «Premetto che negli ultimi quindici anni ci sono stati enormi cambiamenti. Si lavora in un Paese e si studia in un altro, siamo in un mondo globalizzato. É pur vero che le orchestre mantengono comunque le loro specificità, in generale e non solo: ogni orchestra ha la sua personalità a prescindere dalla nazionalità. Le Americane sono molto professionali, arrivano alle prove con la partitura perfettamente studiata, tecnicamente a posto, si deve solo lavorare sull'aspetto dell'interpretazione. Nelle latine si avverte più passione e emotività». In un mondo globalizzato, Afkhram ha comunque scelto di vivere a Berlino: città ormai sempre più meta di artisti e creativi, «interessante perché lì c'è un dialogo fra nuovo e storico. Tanti miei amici e colleghi si stanno trasferendo qui».