«Io, da 40 anni operaio dello show»

«Festeggiare quarant’anni di carriera avendone cinquantacinque all’anagrafe, vuol dire aver cominciato quindicenne... Forse è per questo che la facevo più vecchio» dico a Massimo Ranieri. «Se la può consolare, non è il solo. C’è un sacco di gente convinta che io abbia più di sessant’anni, sia coetaneo di Gianni Morandi, addirittura di Adriano Celentano... Ma nel 1969, quando ho vinto per la prima volta a Sanremo, dovevo ancora compierne diciotto... Comunque, quella cifra tonda da anniversario è più emblematica che altro: il mio primo concerto a New York l’ho fatto a tredici anni e cantavo da professionista già da tre. Ho preso da mio padre, operaio all’Italsider: invece di lavorare ventiquattr’ore su ventiquattro ne lavorava ventisei».
Questo mostro con la faccia da ragazzino per festeggiare la ricorrenza farà le cose in grande. Un doppio album di canzoni, un’autobiografia, uno spettacolo televisivo che si trasformerà poi in spettacolo teatrale, logico corollario, del resto, di una vita artistica che lo ha visto cantante, attore di cinema, di teatro e di televisione, regista di opere liriche... «È più forte di me: la ripetitività mi uccide, se non cambio mi sembra di soffocare. A metà degli anni Settanta mi sono detto: hai venduto 14 milioni di dischi, vinto Cantagiri, Canzonissime, festival della canzone, cos’è che vuoi fare da grande, continuare a stare davanti all’asta di un microfono? Così smisi e per quindici anni ho fatto altro».
L’album del quarantennale ha per titolo Canto perché non so nuotare. «Ero un bambino magro magro, con questa voce qua, un dono di cui ogni giorno ringrazio il Padre Eterno... Con i miei fratelli e i miei cugini si andava nello specchio d’acqua fra Castel dell’Ovo e via Caracciolo, c’era un ponticello che fronteggiava i ristoranti a mare. Loro si tuffavano, ripescavano le monetine gettate dai turisti, si esibivano insomma... Io rimanevo sugli scogli viscidi davanti ai locali, vergognoso e spaventato: avevo il terrore dell’acqua, per colpa di mio cugino Gaetano avevo rischiato di affogare... Quei fetenti lo sapevano e così, quando l’interesse sembrava scemare, mio fratello Aniello mi diceva : “Canta Giova’, canta, sennò ti buttiamo a mare”. E io cantavo, morto di paura ma cantavo, una specie di foca ammaestrata. Pesavo venti chili, urlavo come un pazzo. Sono stato baciato dalla sfortuna-fortuna di non saper nuotare».
Lo show, televisivo prima (in gennaio su Raiuno), teatrale poi, si chiamerà invece Tutte donne tranne me. «È un omaggio al gentil sesso, ma anche un’allusione al delizioso, secolare dilemma che suona pressapoco così: come si può stare senza una donna? Come si può vivere con una donna? La risposta ancora non l’ho trovata». Durante le prove, in una palestra del Centro studi Music-Hall del coreografo Franco Miseria, una ventina di ragazze bellissime e adoranti ascoltano Ranieri, in maniche di camicia, la cravatta slacciata, che spiega come debbano muoversi, quale posizione debbano assumere quando la musica finisce. «È bellissimo provare, o stare a guardare mentre gli altri provano. Per certi versi è addirittura più bello dell’andare in scena... Essere in prova vuol dire divertirsi. E poi, mi piace insegnare, credo che uno dei problemi d’oggi sia proprio questo: non si insegna più, non si studia più. A me in fondo mi ha salvato proprio l’aver avuto dei maestri: avevo la quinta elementare, da ragazzino non leggevo nemmeno Topolino, il primo libro l’ho preso in mano a 24 anni... E però a diciotto Mauro Bolognini mi fece fare Metello, e io pensavo che fosse un antico romano... Qualche anno dopo Peppino Patroni Griffi mi fece esordire in teatro con Napoli chi resta e chi parte, da Raffaele Viviani, 25 attori in scena, Mariano Rigillo, Antonio Casagrande e il sottoscritto come protagonisti, andammo al Festival di Spoleto, oggi uno spettacolo del genere sarebbe impossibile... Ecco, la mia scuola è stata questa, scuola umana e scuola di studio: libri, copioni, rubare la battuta, capire come si sta in scena, spogliarsi completamente di quello che sei per diventare qualcun altro, fidarti anche».
Per definirsi, Ranieri prende a prestito una frase di Totò: «Sono un operaio dello spettacolo» mi dice, ma qualcosa non quadra. Al cinema, dopo Bolognini, ci sono stati Steno e Lelouch, a teatro, dopo Patroni Griffi, ci sono stati Strehler e Scaparro e negli ultimi anni ci ha abituati a un teatro un po’ da mattatore: Pulcinella, Barnum, Cerdan, John Gilbert... L’impressione, insomma, non è tanto quella di uno che va sul palcoscenico come si va in fabbrica. «Be’, diciamo che sono un operaio specializzato», mi concede ridendo. «Voglio dire, e credo fosse anche il senso che gli dava Totò, che cerco di essere sempre pronto, e sempre pronto a mettermi in gioco. Nelle scelte che faccio non c’è mai spocchia o presunzione: gli anni nei ristoranti, nelle piazze, mi hanno insegnato che ciò che arriva dopo è tutto rispetto, bisogna dirgli grazie... È vero però, come le ho già detto, che non faccio mai routine, la routine non mi interessa, non esiste... Che scelga o che venga scelto, la proposta mi deve sconfinferare, stuzzicare. Altrimenti è la fine».
L’autobiografia a cui sta lavorando con Gualtiero Peirce si chiama Mia madre non voleva ed è un po’ il come eravamo di un’Italia scomparsa. «È cambiato tutto. L’altra sera hanno ridato in televisone La dolce vita di Fellini, con quella scena dei fotografi e dei giornalisti sotto la scaletta dell’aereo da cui scende la Ekberg. Oggi ti spogliano nudo al metal detector... Al Pallonetto, il mio quartiere di Napoli, si giocava per strada, non c’erano macchine, ci si conosceva tutti. Gli anni Sessanta sono quelli di cui ho più nostalgia, i più ingenui e a loro modo i più felici, c’era il Sessantotto e io cantavo Erba di casa mia... Nei Settanta era già tutto diverso ed ero diverso anch’io. No, non credo che nel mio cambiamento abbia influito il clima dell’epoca, la contestazione, la politicizzazione... Non sono mai stato contestato, e però ero quello di Rose rosse, mi sono detto da solo che andava fatta una scelta, tagliato un cordone ombelicale... Quanto al resto, venivo da una famiglia umile, mio padre era un operaio iscritto al Pci, ero genericamente di sinistra, a difesa dei poveri, ma niente di più. Il fatto è che non volevo fare i soldi, volevo fare l’artista, questo sì... Per Rose rosse al cinema mi offrirono venti milioni, dissi di no, feci Metello e me ne diedero due».
Dell’Italia, degli italiani, a Ranieri non piace l’indolenza. «Ci accontentiamo, non vogliamo mai andare oltre, dimentichiamo con facilità, siamo senza memoria. Probabilmente fa parte del nostro Dna... Dal nord al sud ci sono tre espressioni in cui ci riconosciamo: Va a da via el cu, e chissenefrega, ma che me ne importa a me... E poi siamo superficiali. Prenda questa polemica sui neomelodici napoletani che cantano la camorra, l’allarme del ministro degli Interni Amato... Le canzoni della mala le faceva Ornella Vanoni già negli anni Sessanta, che cos’è Il sindaco del rione Sanità di Eduardo se non il ritratto di un guappo... Come vede, è un discorso complesso... Io credo che l’arte ti debba far pensare, discutere, dubitare. Detto questo, quelle canzoni sono brutte, ma questo è un altro discorso».
L’unica volta in tutta l’intervista in cui Ranieri si agita è quando gli riporto un pensiero della sua ex compagna di molti anni, Barbara Nascimbene: «Un uomo pieno di ansie». Protesta: «Ho le ansie sane, quelle che abbiamo tutti. Chi non ha ansie si faccia una bella foto e me la mandi... Ho l’ansia che le cose vadano bene, non un’ansia da insoddisfazione. Come posso essere insoddisfatto, io sono stato letteralmente baciato dal Signore, non voglio niente dalla vita più di quello che ho già avuto».
Un paio di mesi fa, a una serata di beneficenza al Manzoni di Milano, Ranieri è arrivato a fine spettacolo, ha cantato tre canzoni ed è venuto giù il teatro. Quando glielo ricordo si schermisce, «erano tre miei cavalli di battaglia», spiega, ma io insisto: rispetto a chi l’aveva preceduto, tutti ottimi professionisti, volti noti della comicità e della musica, era come se il palcoscenico fosse casa sua. «Fosse stato per me sarei andato avanti tutta la notte», dice alla fine. «Senza ansie».