«Io 80 anni? Ma se sono nato ieri»

Imprevedibile, sempre sorridente con quella boccuccia a cuore che Pierre Spivakoff, il suo emulo in terra di Francia, definì «metà la smorfia di un Augusto del Cirque d’Hiver, metà il riso irrefrenabile di Sarah Bernhardt», Paolo Poli alla vigilia dei suoi ottant’anni non si smentisce mai. «Ma è veramente sicuro che io, proprio io, sto per compierli?», mi apostrofa col suo tenerissimo vocino da bimbo imbronciato che il passare del tempo ha reso più incisivo di un graffio sulla lavagna.
«A me pare di essere stato covato ieri da mamma oca o da Sua Maestà la Gallina!» conclude perentorio. Ma non si ricorda di averlo annunciato giusto un anno fa durante le recite di «Sei brillanti», lo spettacolo-collage dedicato agli aforismi della Cederna e di Natalia Aspesi?, gli chiedo provocatorio. Guizza fulminea la risposta: «Se me lo assicura in raccomandata espresso con ricevuta di ritorno, non ho motivo di dubitarne». Ma subito dopo aggiunge: «Mon Dieu, non sarà mica capitato nel corso di quella prima al Carcano quando io, che mi ero rotto un gomito, ho dovuto recitare col braccino ingessato a forma di collo di cigno per non tradire il mio personaggio di eterna bambina terribile?» Niente di più vero, replico, è stato proprio in quell'occasione. Ma veniamo al presente se non le dispiace. «Dispiacermi, e perché? Mi dica subito quel che vuol sapere da me, che ho più secoli sulle spalle della "Nemica" di Niccodemi per non parlare di "Rita da Cascia"»... Non divaghiamo, caro Paolo: mi dica invece come mai in questo nuovo show che s'ispira ai «Sillabari» di Goffredo Parise ha riservato in extremis un posticino a Gabriele D'Annunzio. È o non è irriverente? «Irriverente no, malizioso semmai. Dato che Parise è un autore dimagrante che gioca in pochi minuti sul ritrattino caustico della zitella al mare o sul fulmine amoroso che piomba a ciel sereno tra capo e collo della signora che ha giurato eterna fedeltà allo sposo promesso, mentre il Vate…» Già, il Vate cosa fa? «Il Vate, nel dramma d'anime più brutto che io conosca, ossia il "Sogno di un tramonto d'autunno" che ho scelto io, fa molto ma molto di peggio». Cioè? «Semplice: il Divino Gabri che non sempre, tra un' attrice da sedurre e una contessa da svaligiare a puntino, aveva tempo per la poesia, immagina che una delle damazze del generone romano, a lui ben note, gelosa da morire di una cocotte che le aveva sottratto un bel giovincello, si dà alla magia nera. Facendo addirittura bruciare lo yacht sul quale il traditore si dà bel tempo con la rivale. E' o non è un trattatelo di comicità pura?» Mi ha convinto. Però, lo ammetta, non è proprio d'attualità. «Crede? Eppure al giorno d'oggi se ne sentono tante. Pensi se, tanto per fare un esempio, Vanna Marchi avesse avuto doti medianiche o se la Callas, ai tempi di Medea, avesse dato fuoco al "Christina" sbarazzandosi in un colpo solo di Onassis e di Jackie..». Torniamo a noi: a ottant'anni, poco ma sicuro, scocca il tempo dei bilanci. Soprattutto per i signori soli. E lei di recente ha dichiarato che la pretesa dei gay di sposarsi le sembra grottesca. E' sempre di questa opinione? «Non lo sarebbe a patto non si tramutasse nella solita carnevalata che non ha nulla da invidiare, in quanto a kitsch, ai carri di Viareggio su cui ballano le suore mentre il diavolo gli tocca il popò». E l'Italia di oggi come la vede? «D’Italia ce n'è stata una sola. Quell'attrice che di cognome faceva Almirante Manzini e che, nel 1912, scandalizzò tutti quando, presentando il suo film "Sul sentiero della vipera", affermò decisa "Saremo sempre regni di Dio e repubbliche marinare". Che tremenda profezia, non è vero?»