Io, accattona a Milano col placet della polizia: "Se vai in stazione..."

La nostra giornalista ha chiesto l'elemosina in Duomo: in un mese si raccolgono 1.440 euro. Alla fine gli agenti l'hanno fermata: "Sei libera, ma vattene dal centro"

Giulia Guerri

Milano - Un giorno da mendicante zingara nelle strade di Milano. Per scoprire che in poche ore puoi ritrovarti in tasca cinquanta o sessanta euro, a seconda della zona in cui ti sposti. Per incrociare gli occhi degli altri tuoi «colleghi» che ti squadrano minacciosi perché stai invadendo il loro territorio. Per accorgerti che i poliziotti, se ti prendono in corso Vittorio Emanuele, ti lasciano andare dopo dieci minuti, anche se non hai detto nemmeno come ti chiami e da dove vieni.

Basta scuotere la testa, ripetere con un accento che non è il tuo «No capisco, no capisco», quando ti chiedono di mostrare i documenti. Poi con un gesto della mano, ti congedano dicendoti: «Sai dove è la Stazione Centrale? Allora vai, smamma. Andale, andale». Lì nei giardinetti della Centrale ci puoi stare, nessuno ti disturba. L’importante è che il salotto buono della città resti pulito: in centro, davanti alle vetrine sfavillanti, di barboni non ne vogliono.

Tutto inizia la sera prima, dai capelli. Per diventare Ludmilla Bosic, «diciotto anni da Bosnia», ci vuole un barattolo di crema da spalmarsi in testa. Una gonna lunga con l’orlo scucito, una vecchia maglietta, stretta e bucata con un disegno sbiadito sul davanti e un paio di zoccoli consumati. Ma sono le mani e i piedi le parti più importanti che distinguono una persona «normale» da chi vive per strada. Bisogna mettere le dita in una manciata di terra umida perché il nero si infili sotto le unghie e ci rimanga, la stessa che serve per sporcare i vestiti, per strofinarsi le gambe, le caviglie e il collo. Infine, l’odore perché è quello che la gente sente mentre cammini per strada, quando ti avvicini a un semaforo e vedi che si allontanano. Pipì di gatto e una tazzina di caffè, niente di più.

Un sacchetto di plastica con dentro quattro stracci e un cartoncino con una scritta incerta e scolorita che dice «1 euro per mangiare. Grazie». È una delle prime cose che guardano i passanti prima di decidere se darti qualcosa. In questo, gli uomini sono più generosi, le donne schive e diffidenti, si stringono la borsetta sotto il braccio e se ne vanno mentre sussurrano tutto il loro disappunto pensando di non essere capite. «Ma non ti vergogni a vestirti così? Vai a lavorare». «Un euro? Non ce l’ho neppure io. Questa gente non sa nemmeno cosa voglia dire essere poveri».

Per gli altri invece, italiani, stranieri, turisti, e persino extracomunitari il gesto è quasi sempre lo stesso: ti guardano e si mettono una mano in tasca per cercare una moneta, proseguono per qualche passo e poi tornano indietro e lasciano cadere i soldi ai tuoi piedi. Pezzi da cinquanta, dieci, venti centesimi, uno o due euro addirittura che si accumulano in pochi minuti, quanto basta insomma per prendere un caffè da Sant’Ambreus, dove ti fanno sentire come una signora della Milano bene anche se entri in uno dei locali più eleganti della città vestita di stracci.

A scegliere le zone giuste, da corso Buenos Aires a via Torino e San Babila, bazzicando le uscite dei supermercati o le vie centrali, si riescono a fare anche dieci euro l’ora. Che in una settimana - dal lunedì al venerdì, dalle 10 alle 17 - vogliono dire 360: 1.440 netti al mese. Più di quanto guadagna un ricercatore universitario al suo primo anno di contratto e il triplo dello stipendio che un giovane avvocato prende nei tre anni di praticantato. Il mestiere di accattone invece lo impari in una mattina. Ci sono delle regole però che è bene seguire: non puoi sederti davanti ai negozi di un certo tipo e soprattutto devi imparare a rispettare chi è venuto prima di te e fa questo lavoro da una vita. Alle zingare - quelle vere - basta uno sguardo per capire che non sei una professionista: si avvicinano, osservano come sei vestita e cercano di leggere cosa c’è scritto sul tuo cartoncino. «No casa, no familia. Un offerta libera grazie», dice il loro. Mentre tu - alle prime armi - hai la sfrontatezza e l’ingenuità di chiedere un euro per mangiare, eccessivo anche per un mendicante doc. E invece, rimani sorpreso e stupito dalla generosità di alcuni che cercano di darti proprio quella cifra e quando non ci arrivano, si scusano per avere soltanto pochi spiccioli. Poi ci sono quelli che si siedono accanto a te e iniziano a chiederti perché fai quella vita, se sei sola o hai marito o figli e se lavori per qualcuno. La risposta è uguale ad ogni domanda: «Ludmilla Bosic, diciotto anni, da Bosnia» e vale per tutti. Tranne che per le forze dell’ordine.

Sono in due, arrivano dall’altra parte della strada vestiti in borghese con una radiolina legata alla cinta. Dicono di essere della polizia e mi chiedono di seguirli. Il tempo di infilare gli zoccoli - perché per terra si sta a piedi nudi -, svuotare gli euro nel sacchetto e cominciano: «Come ti chiami? Da dove vieni? Romania, Spagna, Germania, Francia?». Facciamo pochi metri in corso Vittorio Emanuele in un pomeriggio afoso di inizio estate tra comitive di turisti e i milanesi rimasti ancora in città, fino al cellulare che sta proprio all’uscita della Galleria, in piazza del Duomo. Nel tragitto continuano a dire che se non mi identifico, mi portano in questura. Ma io «No capisco» e non posso fare altro che ripeterlo, perché è l’unica frase che conosco. «Allora, come ti chiami? Maria, Giuseppina, Linda?», insistono. Già, Linda. È uno dei nomi che sono scritti a penna su un blocco che tengono dentro il cellulare. Devono essere quelli delle altre persone che hanno fermato per un controllo. «Scrivilo qui allora». Sullo stesso foglio dove ci sono anche Ivan, Maria e Natascha per intenderci. «No capisco», come faccio a scrivere? «E allora mettiti lì seduta e vediamo se ti viene in mente come ti chiami». In un angolo, accucciata per terra - tanto è lì che mi hanno trovata - mentre gli agenti parlano tra di loro, e sospirano chiedendosi cosa devono fare con me. «Hai visto come è sporca? Ma sì, è una che vive per strada». Passano cinque minuti. «Uei, Gigia come ti chiami allora? Ce li hai i documenti?», mi domandano ancora. «No documenti», bisbiglio. Apro il sacchetto per far vedere cosa c’è dentro, l’agente guarda e poi si allontana. Avrei il tempo di alzarmi, e andarmene perché mi voltano le spalle e nessuno mi controlla. Ma loro mi anticipano. Mi fanno capire di avvicinarmi al cellulare: «Sai dov’è la Stazione? Stazione Centrale - dicono scandendo le parole -. Vai lì, vai vai, Ci sai andare?». È l’unica domanda che capisco, faccio un cenno con la testa e dico di sì.