«Io ambasciatore rovinato da Vendola»

Già ambasciatore a Tirana nei tempi bui della malavita collusa con la politica e degli sbarchi clandestini lungo le coste pugliesi, Paolo Foresti si gode la pensione sulle colline umbre. Pensione «anticipata», precisa l’interessato. Perché a un certo punto della carriera, vuoi per una furibonda campagna stampa orchestrata da esponenti della sinistra radicale, vuoi perché coinvolto (e poi subito scagionato in fase d’indagini preliminari) in un’inchiesta sui «visti facili» nell’ambasciata italiana in Albania, non ha potuto far altro che rassegnare le dimissioni per dedicarsi alla tutela della sua immagine. Solo undici anni dopo i primi attacchi, Foresti canta vittoria. A suo modo. Senza astio, senza alzare la voce. Con diplomazia fa il bilancio della sua vicenda politico-giudiziaria che vede direttamente coinvolto l’attuale governatore della Puglia, quel Nichi Vendola che all’epoca dei fatti contestati lavorava nella commissione antimafia e scriveva articoli di fuoco sul Manifesto, come quello del 27 marzo 1997 dal titolo «Profughi e mafiosi» e dal sommario eloquente: «Criminalizzando un intero popolo si nascondono la mafia italica e le colpe di governanti e ambasciatori».
Per quell’articolo e per l’intera campagna, Foresti ha avviato un’azione civile nei confronti di Vendola che si è inizialmente arenata di fronte allo scoglio dell’«immunità parlamentare» salvo ottenere successivamente il via libera della Corte costituzionale. Risultato: per evitare la condanna, Vendola ha «transato» e pagato una cifra vicina ai 100mila euro devoluti dall’ambasciatore a favore dei giovani artisti albanesi.
Ambasciatore Foresti, una vittoria che la ripaga dalle amarezze?
«Solo in parte. Mi hanno dato del mafioso, del lestofante, del corrotto. La campagna stampa, alimentata da precise iniziative politiche, mi ha procurato una grande amarezza dentro compensata, alla fine, dalla soddisfazione di apprezzare le cose belle delle vita. Non mi muove la vendetta, se vi racconto questa storia è solo per spirito di verità. Non potevo tollerare che dietro lo scudo della guarentigia parlamentare si potessero dire certe cose così infamanti. Quando Vendola ha opposto l’immunità sono andato davanti la Corte costituzionale che mi ha dato ragione. Solo a quel punto Vendola, evidentemente per evitare una condanna certa, si è fatto avanti per conciliare... ».
Lei si è dimesso a maggio 2004. Perché?
«Era in corso un’altra campagna stampa, devastante. Mi si accusava di aver facilitato l’emissione di visti di soggiorno attraverso escamotage burocratici scoperti, così appresi dai giornali, dalla polizia giudiziaria al servizio della procura di Frosinone. Fui attaccato persino in Parlamento, e sempre dalla stessa parte politica, che poi è quella che fa riferimento a Rifondazione e Comunisti italiani, con un’unica eccezione: Nerio Nesi. Mi attaccavano da anni a prescindere dall’esecutivo in carica, ma i governi che si sono succeduti mi hanno sempre difeso. A Vendola, e ai suoi amici, più che il mio modo di fare l’ambasciatore non andava giù la politica in Albania del nostro Paese».
Torniamo per un momento alla storia dei visti.
«Quel che ancora oggi mi sconvolge è che attraverso una fuoriuscita mirata di in ambienti investigativi, parallelamente alla presentazione di dettagliate interrogazioni parlamentari, viene fatta trapelare l’indiscrezione, risultata falsa, che ero stato anche rinviato a giudizio. La circostanza che ero stato nominato consigliere diplomatico della presidenza del Consiglio, fece da detonatore a nuovi attacchi. Un inferno. Persi tre turni per la promozione, poi gli avvocati, la carriera in frantumi, le sofferenze in famiglia, le malelingue. Quanto dolore... ».
La giustizia, però, ha fatto il suo corso.
«Nel 2003 la richiesta di archiviazione, nel 2004 l’archiviazione formale subito dopo aver incassato la nomina di ambasciatore. Così ho scritto una bella lettera al ministro Frattini, gli ho chiesto udienza, ci siamo visti e gli ho spiegato le ragioni per cui me ne andavo. In sostanza ribadivo a lui quanto avevo detto agli amici: che nonostante le tante soddisfazioni avute da questo mestiere, dopo una vicenda simile non me la sentivo più di continuare».
Pensa a una sinergia negli attacchi politici, giornalistici, giudiziari?
«Ho sospetti, nessuna certezza. A pensare bene dico che attacchi di così varia portata alla fine si alimentano da soli. Non voglio pensar male, anzi va dato atto a Vendola d’aver capito d’aver sbagliato a dire certe cose e a cavalcare accuse assurde non solo nei miei confronti ma nei confronti dell’Italia».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it