«Io, americano nella New York

«La notizia, nel settembre dello scorso anno, che avrei dovuto lasciare Bagdad - dove svolgevo l'incarico di Consigliere della sezione Affari economici dell'ambasciata americana - per venire a Milano, contrariamente a quanto normalmente avviene nel mondo diplomatico, mi è stata comunicata solamente tre settimane prima. Non ero mai stato nel Nord Italia e tutto quello che conoscevo della città risaliva al tempo dei miei studi. Sapevo che Milano era considerata la New York dell'Italia, la città più americana per stile di vita, ma nulla più. Ora devo dire che trovarmi qui è stata per me una sorpresa molto piacevole. A Milano si vive bene e la mia prima impressione è stata quella di una città Svizzera, paese dove ho viaggiato a lungo. Ho trovato un'atmosfera più centroeuropea che mediterranea».
Lei però era già stato in Italia, a Roma...
«Venticinque anni fa, in missione presso la Fao. Se dovessi fare un confronto, direi che la bellezza di Roma con le sue chiese, i palazzi, le opere d'arte, si nota subito, mentre il fascino di Milano è nascosto. Lo straniero, in un primo momento, è portato a pensare che qui non vi sia nulla da vedere e invece vi sono degli splendidi angoli e capolavori artistici da scoprire. Per essere apprezzata, Milano va conosciuta e dal punto di vista architettonico, lo dico da appassionato, si accosta a Vienna».
Nel nominare Daniel Weygandt a Console generale degli Stati Uniti a Milano, il Dipartimento di Stato americano ha voluto scegliere un diplomatico di primo piano per la formazione accademica e i precedenti incarichi. In diplomazia dal 1979, dopo la laurea a Chicago e un master in relazioni internazionali, conoscitore di ben cinque lingue, Weygandt ha lavorato a Vienna, Mosca, Amburgo, Bonn, Roma, Istanbul, al Dipartimento di Stato come economista presso l'Ufficio degli affari centrali europei, oltre che da Bagdad, da dove proviene.
È una persona cortese, che mette a suo agio l'ospite, ma la sicurezza nel rispondere denota una personalità decisa che lo fanno sembrare più un professore universitario che un diplomatico abituato spesso ad usare parole sfuggenti. Il console dà l'impressione, in altre parole, di essere convinto di ciò che dice, senza voler compiacere l'interlocutore per fare bella figura.
Quanti sono gli americani che vivono a Milano?
«Attorno ai diecimila, tra i quali alcune centinaia di studenti, ma non numerosi come verremmo. La Bocconi, il Politecnico, l'Università Cattolica sono ottime università, ma i programmi di scambio con gli Stati Uniti sono ancora modesti e sarebbe auspicabile incrementarli. Abbiamo una scuola americana che funziona egregiamente e anche da ciò si capisce come i giovani alunni e le famiglie si trovino bene a Milano. La vita scolastica consente, infatti, di osservare la città sotto vari aspetti anche dal punto di vista culturale».
Per rimanere sul tema culturale è mai stato alla Scala?
«Sono abbonato alla stagione dei concerti alla Scala e quest'anno ho assistito alla prima. Un'esperienza unica, proseguita nella cena del dopo Scala, nella quale ho visto persone di tutto il mondo, assieme ai cantanti, uniti da questo fantastico teatro. Personalmente amo soprattutto i concerti - penso al Conservatorio - e sono convinto che l'offerta musicale della vostra città sia sorprendente. Si possono ascoltare interpreti di fama internazionale. Dal punto di vista musicale Milano non è seconda a nessuna città europea, nemmeno a Vienna. Si dovrebbe, però, fare di più per presentare l'immagine di Milano come capitale culturale e mi auguro che ottenga di essere scelta per l'Expo. Lo merita e sarebbe un'opportunità per far conoscere la dimensione completa della città nei suoi diversi aspetti, non solamente quello finanziario e la moda, per quanto importanti».
Le risulta che vi siano delle lamentele da parte degli americani che vivono qui?
«I miei concittadini non comprendono l'eccesso di burocrazia, le numerose norme amministrative, ad esempio la confusione sull'Ecopass. Il traffico è comune a tutte le grandi città e per quanto riguarda le abitazioni non ho sentito lamentele».
Vi sono dei quartieri, delle zone che ama visitare? «Sfortunatamente l'attività diplomatica ai nostri giorni, per motivi di sicurezza, non consente di fare il turista durante tempo libero, del resto limitato. Mi piacerebbe visitare con calma il Duomo, il Castello Sforzesco, la Biblioteca Ambrosiana, le chiese, molte delle quali veramente belle, camminare lungo i Navigli o salire su un tram per osservare lentamente la città, la gente. Ma sono qui da poco tempo e le occasioni non mancheranno. Vivere nella vostra città, ripeto, è stata per me una sorpresa più che gradita».