Io, aspirante giornalista nel covo dei "cattivi"

Mi iscrissi alla facoltà di Scienze Politiche di Padova nell’estate del 1976. Avevo da qualche anno iniziato a frequentare il movimento di Comunione e liberazione ed entrando nel regno di Autonomia operaia non sapevo bene a che cosa andavo incontro. Un amico, già al terzo anno, mi aveva magnificato i pregi del piano di studi, l’eclettismo di una formazione che poteva preparare a professioni diverse, manager, diplomatico, docente universitario. Io avevo in testa una vaga e quanto mai romantica idea di fare il giornalista e Scienze Politiche poteva funzionare anche per quello. Contro il parere dei miei genitori perché avrei benissimo potuto fare il pendolare, mi trasferii a Padova, in un appartamento nell’ex ghetto degli ebrei, con un altro trevigiano come me, due ragazzi di Chioggia, un bellunese e uno studente di Rovigo. Sei persone una più diversa dall’altra in quaranta metri quadrati, che avevano in comune il solo fatto di essere cristiani. Insomma, una specie di naia anticipata. Al terzo piano sopra di noi c’era un altro appartamento di studentesse fuori-sede, però appartenenti proprio ad Autonomia.
In quell’autunno del ’76 Padova mi appariva cupissima, percorsa da vie strette, dominate dalla nebbia. In facoltà, invece, dominavano loro. Assemblee, volantinaggi, seminari tenuti da Toni Negri e dai suoi assistenti la cui frequentazione garantiva ben cinque voti sul libretto. Negri insegnava filosofia della politica, ma la sua ombra si stendeva indisturbata su buona parte dell’attività, non solo didattica, della facoltà. Noi andavamo a lezione furtivamente, attraversando corridoi ricoperti di slogan inneggianti alla rivoluzione e a Potere operaio. Le bacheche erano tappezzate dai manifesti dei collettivi, mentre i nostri non superavano il quarto d’ora di esposizione. Se provavamo a volantinare, ci vedevamo strappare e stracciare sotto il naso i ciclostilati.
Con la morte a Bologna di Francesco Lorusso (marzo ’77), militante di Lotta continua, ucciso durante gli scontri con la polizia a margine di un’assemblea indetta da Cl, la tensione salì ulteriormente anche a Padova. Radio Sherwood, diretta da Emilio Vesce, rilanciava le parole d’ordine della guerriglia metropolitana. In facoltà ci trovammo sequestrati da un gruppo di autonomi che ci impediva l’uscita dalle lezioni finché non intervenne l’allora preside Sabino Acquaviva. Mandai una lettera al Mattino di Padova protestando per l’inaccessibilità alla vita universitaria per chi non fosse allineato con Autonomia o completamente passivo. Venne pubblicata e suscitò qualche replica. Era uno spiraglio. Quando, qualche tempo dopo la facoltà promosse un convegno sulla condizione giovanile, preparammo un intervento. Nell’aula magna stracolma mi avviai al microfono per leggerlo tentando di vincere la salivazione azzerata e gli insulti che piovevano dai banchi. Presiedeva Massimo Cacciari, in trasferta da Venezia ma ancora in piena fase operaistica da Petrolchimico di Porto Marghera. Tuttavia, pur prendendo le distanze da ciò che dicevo, ammutolì con un «fate silenzio, cretini!» i boicottatori.
Nel maggio del ’78, poco dopo la morte di Aldo Moro, nacque il settimanale Il Sabato al quale presi timidamente a collaborare, sospinto soprattutto dagli avvenimenti che la cronaca di quella stagione non risparmiava. Così, nella primavera del ’79 andai a Radio Sherwood per intervistare Vesce. Mi accolse, diffidente, scherzò sul mio registratore rudimentale e sul coraggio di infilarmi lì dentro, io giornalista del Sabato. Noi non abbiamo niente contro i cristiani, ma collaboriamo più facilmente con i Cristiani per il socialismo che con gli integralisti, disse più o meno. Però, alla fine mi concesse l’intervista.
Qualche giorno dopo, il 7 aprile 1979, fu arrestato insieme a Toni Negri, Oreste Scalzone e agli altri esponenti di Potere operaio. L’intervista a Emilio Vesce (prima condannato a 14 anni di reclusione, poi assolto nel 1987, infine deceduto nel 2001) fu pubblicata dal Sabato quando lui era già in carcere. Un colpo di fortuna, certo. Ma la mia idea di fare questo mestiere era già meno romantica.