«Io, attore per caso, morirò volando»

«A cosa la mia modesta persona deve l’onore di questa intervista?» mi chiede Philippe Leroy mentre ci sediamo da Otello, in via della Croce. «Nel 1961, quando venni a Roma e non avevo una lira, Otello mi fece credito per quattro mesi, a pranzo e a cena... Ecco, questo le dà l’idea di cosa fosse l’Italia di allora. C’era una table d’hôte all’interno, per chi era solo, non conosceva nessuno, cercava compagnia... non per nulla il nome completo del locale è Otello alla concordia. C’è passato tutto il cinema italiano... Lui purtroppo non c’è più, ma ci sono le figlie, così ogni qualvolta vengo in centro passo qui per un saluto. Sono uno che non dimentica».
La «modesta persona» ha 75 anni all’anagrafe e 163 film alle spalle, una cicatrice che gli attraversa mezzo cranio, due mani che sembrano due pale e non abbiamo fatto a tempo ad accomodarci che già si è formata la fila per l’autografo. Al tavolo di fianco c’è una giovane coppia, ma si capisce subito che lei è più interessata alla nostra conversazione che non a quella del fidanzato, e così ride quando noi ridiamo, si fa attenta quando Leroy si infervora, si emoziona nei momenti clou. Colto dall’esterno il racconto deve avere un che di surreale, con questa voce che arrota le erre e le accarezza mentre intercala italiano e francese: giovinezza scapestrata, memorie belliche, Indocina e Algeria, quaranta mestieri...
All’incontro Leroy è venuto in scooter: abita fuori Roma, all’Isola Farnese, e in macchina non sarebbe mai arrivato puntuale, mi dice. Ma siccome piove dal mattino presto e la Cassia è scivolosa, in una curva la motoretta è andata da una parte e lui dall’altra. «Me la sono vista brutta, non per la caduta in sé, anche se ho tutta la spalla dolorante, ma per le auto che mi sbucavano da dietro o mi venivano di fronte, è una brutta strada quella, stretta e a doppia corsia... Ho avuto fortuna, come al solito, la chance come diciamo in francese, baraka in arabo. Mi ha sempre protetto: in guerra, più di una volta... E poi ho anche l’appoggio della Beata Vergine, la Madonna sì. Vede questa medaglietta? È con me dalla prima comunione. Non le ho mai chiesto favori, però ogni giorno la ringrazio. È così che si deve fare».
Leroy si è presentato con un giaccone giallo che ha sul dorso il logo di una scuola di paracadutismo del Lazio e sulla spalla destra il segno fangoso della caduta. Sotto porta un maglione a v nocciola che copre una camicia a scacchi e una T-shirt bianca, il tutto infilato in un paio di pantaloni da tuta color grigio scuro intorno ai quali corre una fascia tascapane con chiavi, soldi, documenti. «Non ho mai dato molta importanza all’apparenza, figuriamoci all’apparire dell’attore... Da ragazzino sono stato in collegio dai gesuiti, un mio bisnonno è stato fra i fondatori dell’Ecole Politique, mio padre fece la riforma del marco con Adenauer, ho avuto nonni e zii morti al fronte, una famiglia, insomma, i Leroy-Beaulieu, di grandi tradizioni civili e militari, giacca e cravatta a pranzo, il cambiarsi d’abito per la cena, è anche per questo che sono stato la disperazione dei miei, non una pecora nera, ho fatto il liceo, mi sono iscritto all’università, ma lo scappar via all’improvviso, colpi di testa, insomma, voglia di evadere. Da ragazzo mi sono imbarcato come mozzo su un mercantile americano, ho attraversato l’Oceano e poi via per 20mila chilometri in autostop su e giù per il Nuovo Mondo... Ho perso la verginità in un bordello di New Orleans, ho vissuto in Costarica, ad Haiti, mi piaceva viaggiare, l’avventura, era un modo di esprimermi. Viaggiare vuol dire vivere».
Al cinema Leroy è arrivato tardi, per caso e senza particolare interesse. «Alla fine degli anni Cinquanta ero smobilitato, sottotenente del XVIII reggimento cacciatori-paracadutisti, un corpo che risaliva a Napoleone, sa, “Chasseurs du Dix-huitième, Je vous connais bien” era solito salutarli... C’era stata l’Indocina e poi l’Algeria, le avevo fatte da volontario, mi sembrava giusto per il mio Paese, per la mia bandiera, ma avevo sotto di me ragazzi di leva che si erano ritrovati a rischiare la vita, spesso a lasciarcela, per poi scoprire che era stato tutto inutile, de Gaulle che ci illude e poi ci butta via. Bon, mi sembrava un tradimento, il clima politico era molto teso, io mi ero molto esposto, capii che era meglio cambiare aria. Avevo recitato in un film di Jacques Becker, Le Trou, Il buco, tratto da un romanzo autobiografico di José Giovanni, era il mio primo ruolo, decisi che forse valeva la pena continuare all’estero, venni in Italia. C’erano al tempo 1500 attori nelle liste di collocamento, oggi siamo un milione e duecentomila, in compenso però si produce un quarto dei film di allora, e questo le dice tutto... Un giorno che camminavo per piazza di Spagna venni fermato da Vittorio Caprioli: cercava una faccia come la mia per Leoni al sole... Ecco, è andata così... C’era una battuta del film che riassume il clima di un’epoca e di un modo di vivere: “E tu cosa fai questo inverno?” chiedevano a Mimì, il mio personaggio. “Mi faccio un cappotto” era la risposta».
Da quel 1961 italiano Leroy non si è più fermato. È stato lo scassinatore internazionale dei Sette uomini d’oro di Marco Vicario, il marito tradito di Una donna sposata di Jean-Luc Godard, ha lavorato con Cavani, Comencini, Magni, Lizzani, Steno, è stato il Leonardo televisivo per eccellenza e il «fratellino bianco» di Sandokan, Yanez de Gomera, per definizione... «La verità è che ho fatto di tutto, film belli, film brutti, di serie A, di serie B. Non avendo alle spalle una scuola di recitazione, andavo a intuito: l’aver viaggiato tanto mi aveva fatto incontrare la vita e questo mi aiutava a capire, a rendere un personaggio... E però nell’ambiente sono sempre stato considerato un corpo estraneo: non ne facevo parte, non mi interessava farne parte... Ero troppo solitario, non andavo alle feste, non mi facevo vedere in giro... Se ci penso, l’unico amico vero di quell’ambiente è stato Gabriele Tinti, un bravo attore che non ha avuto la fortuna che meritava, per il resto, sì, un po’ Ugo Tognazzi, ma mi fermo qui. “Sii solo e sarai tutto tuo” diceva Leonardo, ed è un po’ la mia divisa. In compenso, ho recitato in trentuno film di registi esordienti, e quindi praticamente gratis: anche nel pensiero sono rimasto un avventuriero, mi piace la novità, la sfida. Certo, non sempre caschi bene... L’anno scorso ho fatto due cortometraggi di questo genere: del primo ho riscritto la sceneggiatura e alla fine l’ho anche diretto, perché il neo-regista non sapeva dove e come piazzare la macchina da presa. Dell’altro ricordo un ruolo per me molto interessante. Nel girarlo però il ragazzo si è innamorato dell’attrice e così ha tagliato tutto il resto, io appaio per trenta secondi... Sono gli incerti del mestiere».
Adesso Leroy ha appena finito di girare La rabbia, di Luis Nero. «Gli abbiamo detto di sì in tanti: Franco Nero, Lou Castel, Giorgio Albertazzi. È un bel cameo, così come quello che ho fatto per La terza madre di Dario Argento, un alchimista... Per il resto, recito in teatro, se la proposta è interessante, non partecipo a fiction, perché culturalmente non le trovo interessanti, scrivo poesie, lavoro alle mie memorie, intaglio il legno, invecchio».
Sposato dal 1990 con Silvia Tortora, uno dei loro figli adesso va al liceo e finora la differenza d’età non ha pesato. «L’idea che quando lui avrà diciott’anni io ne compirò ottanta, ogni tanto mi colpisce, ma poi la scarto, sono ancora molto attivo, ho avuto una vita meravigliosa, ho sempre fatto quello che volevo, non ho mai brigato... Sì, ho ricevuto anche delle carognate, ma come dice un mio amico pittore turco, “nei giardini ci sono delle statue stupende, a volte purtroppo i cani vengono a pisciarci sopra”»...
Una delle poesie di Leroy si intitola Dernières Volontés, Ultime volontà, è scritta in francese ed è un po’ il suo testamento: «Pas grand chose à dire./ Un peu de pensées pas toujours très claires,/ Un mauvais exemple/ qui laisse des remords,/ Une grande utopie/ pour cacher les pleurs,/ Un morceau de bois/ pour sculpter ma tombe,/ Trois pièces de monnaies/ pour m’acheter des fleurs,/ Ma photographie/ D’acteur». «Mi piace scrivere e mi piace leggere, mi è sempre piaciuto... Adesso mi interesso di letteratura araba, c’è un romanziere egiziano, Albert Cossery, straordinario, un ultraottantenne che in vita sua non ha mai lavorato, il cantore dell’ozio, della bellezza femminile e della gioia di vivere, mi ci ritrovo molto... E poi, naturalmente, c’è il paracadutismo acrobatico, il piacere di ritrovarsi negli aeroporti, il cameratismo fra persone accomunate da una stessa passione che annulla l’età, esalta quella giovinezza del pensiero che, quando ce l’hai, è l’unica cosa che ti tiene in vita. Se la fortuna mi assiste, magari muoio mentre volo, come Icaro».