«Io, attrice solo per scherzo più brava nella vita che sul set»

Incontro con la bionda polacca che recita in «Caos Calmo» e nella fiction «Carnera»

da Roma

«Sto girando tre film, ne ho ho finiti altri quattro» mi dice Kasia Smutniak. Il tono della voce è luttuoso, come se mi raccontasse una disgrazia. «Dev’essere terribile», faccio comprensivo. «No, è bellissimo, sono molto felice» replica con tristezza. «Capisco, si fa festa solo in caso di tragedia»...
Kasia ride, ed è il riso allegro di una bella ragazza di ventisette anni, diafana e filiforme, un accenno di trucco, uno chemisier a quadretti rossi e bianchi. «È che sono polacca» spiega tornata seria. «Da noi c’è un detto che recita: “Si stava male, si sta malissimo, si starà peggio”. Siamo pessimisti, insomma. Voi no, voi italiani siete spensierati». Sorrido magnanimo: «E questo, immagino, la aiuta...». «Nient’affatto, siete troppo spensierati! L’Italia ti rilassa, ma non ti costringe a pensare, a essere creativo. Nessuno si illude di poter cambiare qualcosa, tutti si accontentano di quello che hanno, o almeno qui a Roma è così. Certo, anche la natura aiuta, i pini, le palme, il venticello, ma alla fine, insomma, alla fine ti stufi».
Kasia ha cominciato diciassettenne come fotomodella, è stata poi a lungo «la ragazza della Tim», ha fatto il suo primo film con Giorgio Panariello, un po’ di fiction televisiva di qualità e nel prossimo inverno la vedremo al cinema in Caos calmo di Antonello Grimaldi e Nelle tue mani di Peter Del Monte, in tv nel Commissario de Luca di Antonio Ferri, Rino Gaetano di Marco Turco, Primo Carnera di Renzo Martinelli, Giuseppe Moscati di Giacomo Campiotti, Questa è la mia terra di Raffaele Mastes. Anni pieni, dunque, e sempre in crescita: per una pessimista non è male, in un Paese dove ci si accontenta nemmeno. «È perché sono come uno scarafaggio» si illumina contenta. «In che senso?». «Nel senso che mi adatto. Nella vita come nella professione... Lo sa che lo scarafaggio può sopravvivere anche a una bomba nucleare? Oddio, certo come animale non è il massimo... Diciamo come un gatto, le sette vite di un gatto. Del resto, una vita non basta... Fin da ragazzina, è sempre stato così. Sono nata a Varsavia, ho fatto le elementari a Mosca e poi mai nella stessa città per più di cinque, sei anni, mio padre è un militare, ci si spostava sempre... Così ho cercato di adattarmi ai cambiamenti, non è facile e spesso ti lascia un senso di vuoto. Sa, io sono polacca, mi sento polacca, penso di sapere che cosa succede in Polonia, ma l’anno scorso, quando ci sono tornata per un mese mi sono accorta che era cambiato tutto, non riconoscevo nulla, non capivo neppure le barzellette... Sono diventata per loro una straniera, così come del resto lo sono per voi italiani... Fa effetto, no... Comunque, finora ho fatto un po’ di tutto, non ho fatto niente bene, ma di tutto».
La Polonia per Kasia è un po’ un chiodo fisso, forse perché con la memoria ci si può aggrappare a qualcosa di concreto. «Ricordo i libri di scuola con lo “zio Stalin” in copertina e io che dicevo a mio padre che siccome Lenin era il papà di tutti i bambini, io ero la figlia di Lenin... Le file per il pane con mia madre, una sua amica che le dava i detersivi sotto banco, la scuola come un piccolo partito, la psicosi degli “orecchi di gomma”, lo spionaggio fra vicini, il Primo maggio con le bandiere, le preghiere dette in segreto, l’attaccamento alle cose del passato. Siamo sempre stati un popolo molto religioso, molto tradizionalista, molto infelice».
Quello che colpisce nei nuovi volti cinematografici come la Smutniak è l’assenza di vocazione. Sono lì come per caso, ma potrebbero benissimo essere altrove. Non sono inadatti o incapaci, tanto è vero che sono richiesti, apprezzati, ma la sensazione è un po’ come quella dei soldati di ventura, pronti da un giorno all’altro a mollare il fucile e aprire un bar, mettere su una fattoria, girare il mondo... «Per le altre nuove attrici non so, ma per me è proprio così. Non ho il fuoco sacro, non ci ho mai creduto. Dev’essere un tratto del mio carattere: ho cominciato a lavorare nel campo della moda per caso e un po’ per scherzo, mi pagavano bene, ma non ho mai pensato che fosse il mio mondo. Sono arrivata al cinema allo stesso modo e in fondo devo tutto a Giorgio Panariello con cui esordii girando Al momento giusto... Non ha avuto un grande successo, ma era piacevole e lui ha insistito perché continuassi, mi ha trovato un agente, mi ha spinto... Io sono più brava a fare l’attrice nella vita che sul set, ho faccia tosta, mi ritengo una persona forte, determinata, ma in scena... Ho il massimo terrore del pubblico, mi vergogno quando la gente mi guarda, a teatro impazzirei, gli spettatori così vicino, ogni sera con la paura di sbagliare... Mi piacerebbe, certo, ma ho troppo rispetto, ci vorrebbe una preparazione diversa... Quando giro un film, penso sempre che il regista, i tecnici del suono, quelli delle luci, tutti, insomma, siano troppo presi dal loro ruolo specifico, o magari annoiati perché in quel momento non hanno nulla da fare, per potersi interessare a me... È questo pensiero che mi salva: se dovessi credere che sono lì con l’occhio puntato a guardarmi, arrossirei e scapperei».
Eppure, nel tipo di scelte cinematografiche della Smutniak non c’è la pura e semplice bella presenza. «Guardi, io credo che nel mio caso almeno il 50 per cento del successo sia dovuto alla bellezza. Risolve molto, e se vuoi puoi andarci avanti per un bel po’... Solo che questo è un mestiere che se non ti dà emozioni è inutile farlo, e per dare emozioni bisogna impersonare, occorre un’interpretazione. Io vorrei essere cicciona e anoressica, bionda e bruna, strega e santa... Mi piace modificare il mio corpo, lo trovo interessante... C’è un regista che ammiro molto, Matteo Garrone, lui lo sa, siamo amici... Ecco, Garrone sceglie facce e storie particolari, fa quel tipo di cinema che interessa a me. Un altro è Gabriele Muccino, uno in grado di trasformare gli attori che dirige. A volte vado per un’audizione e mi dicono, no, non sei la persona che abbiamo in mente... È una stupidaggine, perché potrei diventarlo, il cinema è questo, nient’altro che questo. Essere un altro, esserlo in modo credibile».
Cosa ci sarà nel suo futuro, Kasia non lo vuole sapere. «Non ne ho idea, non riesco a vedermi fra dieci anni, non voglio avere progetti, non preparo niente, non mi aspetto niente». È polacca...