«Io, avvocatessa innamorata di Montecitorio»

«Il partito ci segue ma ci lascia liberi, non siamo irreggimentati come quelli della sinistra»

Giancarlo Perna

È entusiasta. Un’innamorata persa del suo nuovo lavoro, Laura Ravetto. Ho penato sette ore per tirarla fuori dall’Aula. Sono le otto di mattina quando ricevo la prima chiamata sul cellulare. «Ci vediamo tra un’ora», dice la neo deputata Fi, confermando l’intervista. Lei è già alla Camera, io in dormiveglia. Poi giù, una micidiale raffica di rinvii. Due, tre, cinque telefonate, per dire che in Aula parla questo e quello e lei non se li può perdere. E chi sono mai questo e quello? Due infimi peones, credetemi. Non sapendo ancora quanto sia inesperta, la brutalizzo un po’. Si prostra e genuflette e fissa imperterrita un nuovo appuntamento. Io girovago per Roma nell’attesa. Ritelefona. Stavolta a ciangottare sono Tizio e Caio. Due soldi di cacio che non valgono lo scatto telefonico. Ma lei, lì a abbeverarsi. Così abbiano fatto le 15 e ci incontriamo stanchi e affamati come pellegrini.
«Voglio assolutamente fare il politico», sono le sue prime parole quando finalmente entriamo nel suo ufficio.
«Ti sei presa una cotta da stramazzo per il Parlamento», dico.
«Sono eccitata al di là delle previsioni. Sento che è la mia professione, la mia vocazione. Non pensavo che in appena due mesi avrei avuto questa sensazione», dice accavallando le gambe nude. Laura è una trentacinquenne che ridà la vista ai ciechi e toglie il fiato ai vedenti. Ha vita sottile, un tailleur nero con bolero e un decolleté traverso con spallina.
«Calmati e cerca di dire cosa provi quando sei a Montecitorio».
«Ne percepisco la solennità. Quando percorro i corridoi ho l’impressione di non essere sola. Con me, c’è la Storia», dice.
«È grave», dico preoccupato.
«Sono seguita da Cavour e dagli altri grandi. In quelle stanze, sono state scritte la Costituzione, le leggi fondamentali. Lì è stato pensato tutto», dice in estasi.
«È una patologia nuova. Mai vista prima», dico esterrefatto.
«Sono così attirata, che ho difficoltà ad allontanarmi dal Palazzo quando il venerdì riparto per Milano. Le mura parlano e mi trattengono».
«Finita l’intervista ti accompagno dal dottore», dico. Laura si risveglia e ride.
«È la mia prima intervista. Non infierire», dice a mani giunte. Ha gli occhi color oro, giuro, e capelli biondi con frangetta. Il viso è da aquila regina. Di quelle che piombano sull’agnello e lo portano con sé. Mi candido anch’io: mi trascini dove vuole.
«Figliola, ce l’hai un fidanzato di carne che faccia le veci di Montecitorio?».
«È avvocato, come me. Credo molto nel matrimonio. Ma avendo ora l’obiettivo del lavoro, non è il momento», dice.
«Gli stiamo dando una cattiva notizia?».
«Lo sa e non vuole una donna che non sia convinta. Lui è a Milano e io sono impegnata a Roma con la commissione Bilancio che necessita della mia presenza dal lunedì al venerdì. Un tour de force, ma soprattutto un piacere».
«Sei di Cuneo, come sei finita a Milano?».
«Dopo il liceo, invece dell’università a Torino, come sarebbe stato normale, ho scelto la Cattolica di Milano. Volevo provarmi sola, in un ambiente non protetto».
«Tuo padre come l’ha presa?».
«Ha detto: “Se stai a Torino, ti compro un appartamento. Se scegli Milano, vai dalle suore”. Ho accettato le suore. Ora vivo a Milano da 15 anni», dice e si abbandona sullo schienale. Si drizza di nuovo, fa girare la sedia, allunga le gambe, stende il busto sullo scrittoio e pasticcia con fogli e penne. Si agita come una ragazzina.
«Che fai a Milano?»
«Sono avvocato, specializzato in Diritto internazionale. Ho diretto l’ufficio legale di una multinazionale farmaceutica. Milano è una sfida e uno stimolo», e muove mani e braccia con bei gioielli.
«L’uzzolo della politica come ti è venuto?»
«Al liceo avevo un prof di filosofia, tutt’altro che delle mie convinzioni. Ha stimolato il mio antagonismo. Lo vedevo fazioso e ho capito che non basta credere in un ideale. Bisogna divulgarlo».
«Cos’eri politicamente prima di Fi?»
«La mia, è una famiglia di tradizioni liberali».
«Meglio il Pli o Fi?».
«Il vecchio liberalismo è stato elaborato dal presidente Berlusconi in modo più fattivo e efficace, più vicino a me».
«Folgorata dal Cav?».
«Il presidente opera folgorazioni. Ha un carisma riconosciuto da tutti. È il primo dei giovani. Ti dà fiducia e ti spinge a osare. Conoscendolo meglio, ho scoperto un’altra sua grande dote: l’ascolto. Mai trovato, a quel livello, uno che ascolta gli altri come lui. Puoi essere l’ultimo degli uomini, lui ti ascolta».
«Hai un protettore nel partito?».
«Ma dai. Mi sono accreditata come professionista. Da legale sono stata vicina al presidente in alcune transazioni. In una di queste, lui mi ha vista in azione. Poi, ho avuto rapporti col ministero della Sanità e deputati del settore farmaceutico. L’incontro clou col presidente c’è stato nel 2001. Per riservatezza professionale, non dirò di più», e si porta le mani allo stomaco. «Ho fame. Mi accompagni a pranzo?». «Ho fame anch’io, vittima del tuo fanatismo parlamentare. Ma alle 16 non mangio davvero. Ora lavoriamo», dico secco e severo. Mi fa un broncetto che porterò nel cuore il resto della vita e si rassegna.
Molti dicono che il partito di Fi non esiste.
«Il partito c’è. Ma ci lascia liberi. Non c’è l’irreggimentazione della sinistra. Da noi, non ci sono quadri e quelle robe lì».
Bondi e Cicchitto, i coordinatori, che impressione ne hai?
«Un buon direttivo, leale al presidente, il che è fondamentale. Con loro, mi sento seguita e libera».
Molti deputati si sentono invece senza direttive e allo sbaraglio.
«Per attitudine, rifiuto le lamentele senza proposte alternative. Alla Bilancio siamo compatti e vicini. Sul decreto Bersani, avevo accanto i colleghi e il presidente dei deputati, Elio Vito».
I tuoi colleghi avvocati scioperano contro il decreto. Hanno ragione?
«Una maggioranza scombiccherata non può gettare nel caos le categorie. Soprattutto, senza accordo con gli interessati. La libertà dell’Italia non dipende dalle licenze dei taxi. Penso alle lobby delle banche, energia, trasporti. Sono con Tremonti; la Bersani è cinque per cento liberalizzazione, 95 per cento vessazione».
Quanto dura il governo Prodi?
«Meno dei due anni e mezzo pronosticati. Sette fiducie in un mese! Io, li vedo in commissione: sono in disaccordo su tutto. Mi chiedo come faranno la Finanziaria, se già litigano sul Dpef che è acqua fresca. La sinistra radicale vive ogni cosa, tipo l’età pensionabile, in maniera religiosa: tutti dogmi intoccabili».
La Cdl reggerà fino al crollo di Prodi?
«Berlusconi è il solo leader. Non c’è alternativa».
Di quali alleati ti fidi di meno?
«Quando vedo che l’Udc resta mentre noi abbandoniamo l’Aula, mi sconcerto. Premesso che mi fido di tutti, non li capisco».
Ti applicheresti di più su Fi o sul partito unico?
«Fi è già forte. Partendo da Fi, mi concentrerei sul partito unico».
Dal tuo osservatorio alla Bilancio, com’è la politica economica del governo?
«Irrealistica. Padoa-Schioppa annuncia sul lavoro la flessibilità richiesta dall’Ue, ma si sa che gli altri vogliono irrigidire il mercato. Per le imprese, il loro solo obiettivo è ridurre il cuneo fiscale, mentre c’è bisogno di ben altro. Padoa-Schioppa ha in mente cose accettabili, ma gli è impedito di fare».
Ti piace D’Alema agli Esteri o dovrebbe tagliarsi i baffi?
«C’è baffo e baffo. Quelli di D’Alema sono così così. In ogni modo, avrei preferito in quel ruolo una persona meno schierata».
Come ti sembra l’ex pci Napolitano al Quirinale?
«Avrei preferito una persona meno schierata».
Cosa hai provato a trovarti un comunista alla presidenza della Camera?
«Avrei preferito una persona meno schierata».
Sei sempre così varia e originale o è la fame?
«Umm. Bertinotti è persona corretta e cortese, ma ha i nervi scoperti. Se c’è qualcosa che tocca la sua frangia politica, scatta».
Scampanella, urla, o che?
«Tace, ma ha un linguaggio del corpo che lo scopre».
C’è un ministro di questo governo che ti piaccia?
«Bersani, pur contestando il suo decreto. Da come risponde e si tira fuori dalle secche, è uno intelligente».
Prodi?
«Non è di mio gradimento. Non ha carisma, né polso. È stato scelto per comodità. Né carne, né pesce. Immangiabile».
In confronto al Cav?
«Non c’è paragone. Uno è un leader, l’altro un amministratore di condominio. Quando parla Prodi, trasmette in qualche modo un’emozione? Può coinvolgere? L’Italia ha bisogno di una guida forte».
Hai votato l’indulto. Se gli scarcerati nelle prossime settimane compiranno delitti funesti, come ti giustificherai con gli elettori?
«La polemica mi infastidisce. Lo dico da avvocato. L’indulto è un atto di clemenza. Una minoranza che potrà comportarsi male, non mette in discussione una maggioranza che si reinserirà nella società. Con vantaggio di tutti».
Non vedi l’ora di scappare in vacanza?
«Vorrei restare in Parlamento e lavorare. Se il mio fidanzato mi sente, si arrabbia. Lui vorrebbe andare in California a giocare a golf. Ma io non ne ho nessuna voglia».
Come passerai allora agosto?
«Spero di mettermi tranquilla in una spiaggia dei dintorni a studiare il manuale sul Bilancio dello Stato dell’ex vice ministro Vegas».
Fantastico. E col povero fidanzato?
«Siamo in trattative».