«Io, bambino sotto i vecchi banchi del mercato di corso Sardegna»

Penso siano pochi i mercati di frutta e verdura che lascino ricordi così vivi e che, ancora adesso, dopo tanti anni, ritornino a regalarci emozioni vive, coinvolgenti come allora.
Uno di questi rari casi è, per me, quello del Mercato all’ingrosso di corso Sardegna.
Sarà che ci sono nato a ridosso 78 anni fa, in quel palazzone giallo che dà in via Carlo Varese, una costruzione unica a Genova per avere il portone d’ingresso... appeso in facciata.
Fu dimenticanza o incuria di qualcuno? Non so, certo che da allora nessuno ha provveduto a scavalcare il laboratorio di marmi sottostante con una qualsiasi passerella.
È lì, dalla finestra della mia camera, al quinto piano, che nasce, il mio indissolubile legame con il Mercato.
Mille ricordi, fatti, personaggi per anni hanno popolato le mie lunghe soste avendo davanti un cinema povero ma affollato di suoni, odori, voci, situazioni.
Abitavamo lì, un gruppo di ragazzetti, e quel cortiletto chiuso tra alti caseggiati incombenti fu la mitica «piazzetta», per tanto tempo il luogo delegato per le nostre fantasie, punto di partenza per le nostre scorribande in libertà.
Specialmente verso il Mercato, così vicino, amico e pieno di tesori.
Arrivava con l’estate l’epoca delle angurie, attraverso i finestroni sbarrati da pesanti inferriate qualcuno di noi si infilava a fatica, in genere era il più mingherlino, armato di coltello e tagliava a metà i cocomeri sugosi per poterceli passare attraverso le sbarre, noi di fuori facevamo il passamano attenti all’amico che, impaurito da qualche rumore estraneo, nell’ansia stentava a ritornare libero in strada.
Il Mercato era il centro del nostro mondo di ragazzi scatenati, il luogo immanente che ci serviva da sfogo e da aiuto quando, per il falò di San Giovanni Battista, la legna da bruciare arrivava abbondante dal suo ventre generoso.
Veniva l’inverno e nel buio il rotolare dei carri con le verdure caricate nelle ville di Albaro o dai Bozano, quelli sotto la Madonna del Monte era il suono lontano carpito nel dormiveglia, i «manenti» scaricavano ceste delle primizie mentre il cavallo, con la sacca appesa al muso, tritava la biada «con rumor di croste».
Intorno ai fuochi accesi, gli uomini in cerchio ciccavano assorti aspettando l’ora dell’apertura. Poi arrivavano le «bisagnine» con le loro povere corbe, si allineavano lungo un viale laterale aperto alla vendita al minuto.
Quando nevicava il Mercato si trasformava in un luogo fatato. Sulle terrazze il manto bianco disegnava strane forme sui vasi allineati lungo i muretti e mimetizzava i guasti del tempo. Lungo i viali semideserti rade figurine nere venivano inghiottite dal candido tappeto e, con la fantasia, l’ampio anfiteatro di basse costruzioni diventava un misterioso vallone sconosciuto e silenzioso.
Solo il campanile delle suore di Sant’Agata si faceva vivo ogni tanto, i flebili rintocchi dentro il turbinare della neve suggerivano pensieri natalizi.
Queste erano le temperie del nostro Mercato prima dell’ultima guerra, al mattino la trombetta dava il segnale di apertura del mercato e i viali si animavano di gente, di carretti trainati a braccia, di traffico umano. Saliva fino al mio osservatorio un vocio, un gridare, il trepestare dei carri sulle lastre di pietra, i richiami dei camalli che, ad una certa ora, salivano a frotte al bar per la rituale focaccia e il bianchino.
Poi veniva mezzogiorno, i viali si facevano lentamente deserti, il suo della trombetta dichiarava chiuse le contrattazioni e, nel silenzio sceso tra i viali arrivano gli spazzini con gli idranti, a lavare il mercato per il giorno dopo.
Anni così, di questa sceneggiatura mai noiosa, sempre la stessa ma sempre nuova, dentro certi riti ripetuti nel tempo, come quello della vigilia di Pasqua quando, verso le 11, le campane «slegate» radunavano intorno alle fontanelle i camalli, venuti a lavarsi la faccia e a bere l’acqua, diventato in quel momento benedetta.
Con la guerra il mercato subisce un arresto, una variazione di orari e di frequentazione.
Apre al pomeriggio per le contrattazioni e la merce è quella che è, poca, razionata, incerta.
Finisce la poesia, piombiamo nella necessità.
La fame diventa il tema spossante di ogni giorno, sono finiti i giochi spensierati e anche se l’età è ancora quella ci diamo da fare, noi ragazzi della «piazzetta», per qualcosa di più concreto.
«Andiamo dai vagoni» ci diciamo.
Lo sparuto drappello di ragazzini sbrindellati si avvia verso corso Sardegna, in mano il sacchetto di tela bianca. Andiamo là dove i vagoni passeggeri, adibiti a carri merci, stanno scaricando patate, cipolle, zucche, rape.
Accovacciati sotto, tra le ruote, aspettiamo. Che cada dall’alto qualcosa pronti ad afferrarla e a depositarle nel sacchetto. Tesi, all’erta, sempre pronti ad affrontare le ire del grossista che ci maledice, decisi comunque a non rinunciare a quello che riteniamo un poco nostro.
Al ritorno a casa, alla mamma affacciata alla finestra il nostro sacchetto con dentro due patate, qualche zucchino è la coccarda che esibiamo con orgoglio. Abbiamo rubato? Non lo sappiamo, ma non ce ne facciamo un problema. Tanto ormai viviamo di bombardamenti giorno e notte, ogni momento può essere la nostra fine.
Una mattina che usciamo dalla galleria in costruzione in via Carlo Varese ci viene incontro il calore insopportabile di un incendio immane.
Brucia tutto il mercato e dentro l’acre puzza che ci chiude la gola avvertiamo un qualcosa di diverso, quasi un profumo, come di cipolle arrostite, di zucche abbrustolite.
Bene, per qualche giorno viviamo di questo.
Arriva il fatidico mese di aprile del 1945, le notti sono percorse da rumori pesanti e da esplosioni soffocate. In quei giorni convulsi il Mercato diventa uno smisurato campo di concentramento dei tedeschi che si stanno arrendendo.
Poi, lentamente, la vita riprende faticosamente e anche il Mercato ritorna a vivere con i suoi nuovi capannoni di cemento.
Sulla terrazza di uno di questi un’orchestrina, al sabato sera e alla domenica suona musica da ballo, dalla finestra della cucina vediamo accendersi i lampioncini di questa «balera» di fortuna, il motivetto d’inizio è sempre il solito, quello che fa: «C’è una chiesetta, amor...», che dà inizio alle danze.
Poi verso mezzanotte un’altra musichetta («Evviva la torre di Pisa...») ci manda il segnale che è l’ora di dormire.
Stiamo diventando grandi noi della «piazzetta» ma siamo ancora lì, quasi tutti, ormai nessuno di noi riesce più a infilarsi tra le inferriate, anzi tra di noi ci sono ora i figli di qualche grossista del Mercato, i Pozzo, i Pittaluga, Zerbone e capita, qualche volta, di ritrovarci a dare una mano a questi, ma... legalmente. Ora in Mercato ci sono gli altoparlanti, i traini a motore, lo spazio è diventato insufficiente e ne fa le spese un mezzo di terreno delle suore di Sant’Agata, così finisce anche il piccolo mondo contadino del Feipo che dava acqua alla verdura con la paletta, del Luigi il sacrista che qualche volta chiudeva un occhio se ci sorprendeva ad andare per fichi.
Lentamente il Mercato si adegua ai tempi, dopo la rinascita la lunga sequenza di anni comincia a logorare le strutture, si comincia a parlare di un suo trasferimento.
Se ne parla per anni, con scetticismo generale. Specie nostro, mio. E invece arriva... il 26 di ottobre del 2009, quando il «nostro» Mercato si trasferisce a Bolzaneto, in un complesso dicono ultra moderno.
Ora io non abito più nel quartiere di San Fruttuoso, ma ogni volta che passo accanto alle inferriate rugginose, ai capannoni fatiscenti sento dentro l’emozione di quegli anni e rivivo quei momenti, quel senso magico di una libertà in fondo regalata, e provo affetto per chi mi ha permesso, tanto tempo fa, voli di fantasia e aiuto reale.
Verrà demolito, cosa nascerà al suo posto non si sa ancora. Di certo, San Fruttuoso senza il suo «Mercato Generale» non sarà più come prima.
Per me, per i superstiti sentimentali rimasti, sarà comunque una delle tante sconfitte che dobbiamo, ogni giorno, accettare.