"Io, barbone, ho conquistato la Royal Albert Hall"

Il bluesman Seasick Steve ha fatto il vagabondo lavorando come operaio e cowboy. Poi è stato scoperto a Londra e ora è il favorito, con i Coldplay, ai Brit Awards

Quest’estate, da solo con la sua chitarra, ha oscurato i watt delle blasonate star del rock sul megapalco del festival di Glastonbury; sabato sarà a Londra all’Apollo Hammersmith per uno show tutto esaurito che replicherà in marzo alla mitica Royal Albert Hall, dove s’è già esibito con travolgente successo.. È candidato ai Brit Awards - accanto a personaggi come Coldplay, Beck, Jay Z - come «miglior solista internazionale» e più d’uno punta su di lui per un Grammy. Be’, che c’è di strano? Che la «star» in questione, Seasick Steve, californiano sessantottenne, fino a un paio d’anni fa faceva il vagabondo e il barbone. «Sono nato a Oakland ma a dodici anni me ne sono andato di casa; finché c’era mio padre, che fra l’altro era un ottimo pianista boogie woogie, tutto ok; ma poi il mio patrigno mi picchiava e voleva abusare di me, così uscii e non tornai più. Vengo da qui, da lì, da laggiù, ditemi un posto e io ci sono stato». E non è un modo di dire. Ha preso i treni merci al volo come faceva Woody Guthrie; ha fatto l’operaio nei cantieri di mezzo mondo, il vaccaro («per farlo sembrare affascinante lo chiamano cowboy», dice ghignando), l’inserviente in uno studio d’incisione e, pulendo e portando i caffè, ha imparato a produrre i dischi. Tra un lavoro e l’altro s’è mantenuto suonando il blues; l’ha suonato per mezzo secolo nei saloon, più spesso agli angoli di strada, tenendo ritmi sempre più veloci e battendo i piedi per scaldarsi. Lungo le strade del Mississippi ha incontrato i grandi: «Tommy Johnson, che ritengo il padre del blues e poi John Lee Hooker e Lightnin Hopkins. Ma sono sempre stato un solitario. Così appena raccoglievo due lire ripartivo. Ho continuato fino a poco tempo fa. Nel ’72 misi via 110 dollari e ne spesi 100 per andare a Parigi. Non avevo mai visto un posto simile; arte, cultura, e sulla rive gauche un sacco di gente creativa».

Berrettino sempre calato in testa, salopette jeans sdrucita, barba bianca e incolta, pare lo zio Jesse del serial Hazzard; uno che viene da un altro mondo e che guarda il successo con spaurito distacco. Alla festa per l’uscita del suo cd Doghouse Blues, alla Virgin di Londra, sembrava stordito dalla folla e dall’assalto dei media. «Il mondo è dei pazzi - ci disse -, pensare che suono queste cose da una vita. Ora vivo in Norvegia perché mia moglie è di là; fa un freddo cane e il disco l’ho inciso nella mia cucina con due vecchi microfoni, suonando persino i cucchiai e aiutandomi con tazzoni di tè e whisky». La rivincita del blues insomma, perché è «la musica del Diavolo» che l’ha tenuto a galla e ora gli ha portato la fama. «Appena lasciata casa restai a Oakland, dove mio nonno vendeva auto usate e assumeva musicisti per farsi pubblicità. Il nonno odiava i neri, però ingaggiò star come K. C. Douglas e Pee Wee Crayton che mi insegnarono i segreti del blues; da allora non ho mai cambiato stile». Picchia ruvido sulla chitarra acustica (e su un’arcaica chitarra a tre corde o su un arco a una corda), tenendo il tempo con una grancassa di legno decorata a mano (che lui chiama «la batteria elettronica del Mississippi») cantando con toni ruvidi e anarchici. Sembra una favola: dalla strada un vecchio bluesman arriva agli Awards. «Sono stato un vagabondo, ovvero uno che gira in cerca di lavoro, un nomade, cioè uno che gira per il gusto di girare, e un barbone, ovvero uno che non va in giro e non cerca lavoro, ma non ho mai mollato la chitarra. A Londra mi hanno notato e ora finalmente guadagno un po’ di soldi». La sua vita è stata dura ma intensa come poche. «Nel ’68 sono andato ad annusare l’aria a San Francisco dove erano nati gli hippie; divertente, un sacco di belle ragazze, mangiare e bere gratis, tutti insieme giorno e notte, ma ho capito subito che non poteva durare. Avevano il mondo contro. Divenni amico di Janis Joplin, una ragazza dolcissima, travolta dalla sua ingenuità. Lì capii una cosa fondamentale: Santana, Jimi Hendrix, Grateful Dead erano artisti meravigliosi ma non c’entravano nulla con il blues. Non vuol dir nulla suonare la chitarra come un Dio, la chitarra è un accessorio per raccontare storie». Seasick Steve legato alla tradizione ma non schiavo del passato, anzi. «Amo il rock, quello dei White Stripes e quello dei Nirvana. Diventammo amici quando si facevano le ossa a Olympia, vicino a Seattle. Kurt Cobain stava con quella bella pupa, Courtney Love: quante scenate di gelosia. Basterà il successo, una statuetta e un po’ di soldi a cambiare la sua visione della vita? «Non a caso il mio ultuimo cd s’intitola “Ho cominciato con niente ma mi è rimasto ancora molto”. Sono vecchio e ho problemi di cuore, ma il richiamo della strada è sempre forte».