«Io, la bella addormentata che si fece cigno»

«Più leggera dell'aria, più lieve di un sospiro». Queste le parole più ricorrenti per descrivere Carla Fracci.
Una vita sulle punte iniziata «per caso da bambina, a nove anni», come lei stessa racconta. «Sono arrivata a Milano dalla campagna, ignara e all'oscuro di cosa fosse il mondo della danza classica. I miei genitori, padre tranviere e mamma bullonista alla Innocenti, appassionati di balli da sala, a volte mi portavano con loro nelle balere. Ballavo il tango e il walzer. Rappresentavo un'attrazione per tutti. Erano gli anni del dopoguerra e il primo pensiero di mio padre era quello di trovare un lavoro e una casa dove vivere. Un'amica di mia madre, moglie di un violinista della Scala, scorse in me musicalità e grazia innate e mi spinse a sostenere l'esame di ammissione ai corsi della Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano. Mi ritennero poco idonea, poi la direttrice ci ripensò colpita dal mio “viso delicato”. Abituata alla libertà della vita a contatto con la natura, durante le prime lezioni mi sentivo prigioniera. Ero una bambina distratta e le ore alla sbarra mi pesavano molto. La molla della passione è scattata dopo aver visto Margot Fontaine danzare La bella addormentata con il Royal Ballet di Londra. Un'apparizione, un sole, una luce! Avevo dodici anni e rimasi stupita nel vedere il famoso coreografo Ashton che dopo il primo atto si permetteva di correggere una stella di tale grandezza. Capii allora che per diventare un'etoile era necessario faticare. Nella mia fantasia di bambina dodicenne avevo deciso: sarei diventata una ballerina! Camminavo drittissima, eretta. Ero la prima ad arrivare alle lezioni e l'ultima ad andarmene. Mi prendevano simpaticamente in giro, dicevano che ero una secchiona e che sembrava avessi ingoiato il bastone di una scopa. Nella vita ho incontrato persone straordinarie e ho ballato con i più grandi. Indimenticabile l'affiatamento con Erik Bruhn, un'intesa incredibile, Nurejev era più aggressivo e Baryshnikov più freddo, nel suo straordinario virtuosismo».
«Oggi vorrei dire ai giovani che si avvicinano a questo mondo che la professione del ballerino è durissima e che non esiste una bacchetta magica per diventare grandi ma servono studio, lavoro e abnegazione. L'insegnamento è fondamentale! È un mestiere che richiede assoluta convinzione senza nessuna influenza esterna. I miei genitori non si sono mai intromessi nelle mie decisioni e per me è sempre stato naturale alzarmi la mattina e andare ogni giorno alla sbarra a fare gli esercizi. Non è mai stata una forzatura e ancora oggi, alla mia tenera età, lo faccio con infinito entusiasmo».