"Io, in bilico fra Amleto e Hollywood"

Il protagonista di &quot;Vincere&quot; torna in teatro con la sua grottesca rivisitazione della tragedia di Shakespeare (&quot;ma lui l’aveva catalogata fra le commedie&quot;) e sta girando in Abruzzo &quot;The American&quot; con George Clooney<br />

Recentemente l’abbiamo visto nei panni di Mussolini in Vincere di Marco Bellocchio e in quelli di Guido, la guardia giurata protagonista del noir La doppia ora di Giuseppe Capotondi. Filippo Timi è uno degli attori del momento. Ex esordiente di grandi promesse, negli ultimi anni ha recitato, tra gli altri, in Saturno contro di Ferzan Ozpetek, Signorina Effe di Wilma Labate e ha vestito i panni del violento e controverso Rino Zena in Come Dio comanda di Gabriele Salvatores. Presto lo vedremo debuttare nel cinema holliwoodiano a fianco di George Clooney, nel thriller ambientato in Abruzzo The American. La sua fama si prepara a varcare i confini nazionali. Ma in questo universo di celluloide non ha dimenticato il teatro, dove ha iniziato la sua carriera. Timi torna sul palco stasera con un tutto esaurito al Teatro Carignano di Torino, dove riprende la tournee di Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche, un Amleto surreale e scanzonato di cui è autore, regista e attore.

Com’è nato Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioche?

«Dalla passione per l’Amleto di Carmelo Bene. Da quando ho iniziato a fare teatro desidero cimentarmi con questo personaggio, che è stato il primo a prendere coscienza di essere un ruolo. Come succede alle persone che si creano un modello e poi faticano a uscirne, il mio Amleto dopo 400 anni si stufa di subire il proprio destino e prova in ogni modo, con la follia, l’ironia e le canzonette, a uscire dalla sua tragedia».

Chi è il principe Amleto di Filippo Timi?
«Un principe abituato agli agi, tra potere, orge e tutto quel marcio che appartiene ai potenti. È uno che si aspetta la propria morte violenta, in un “destino predestinato”. Niente a che fare con la visione di inizio 900 che voleva Amleto emaciato e debole».

Quali sono i temi chiave?
«Tutti quelli dell’essere umano: la vendetta e la morte, la bellezza, la pazzia, l’amore, soprattutto, per la vita e per l’amore perduto. E la chiave è l’ironia: “Il popolo non ha il pane...” è una commedia, non una tragedia. Già Shakespeare catalogò Amleto come commedia, anche se sembra assurdo».

La sua carriera teatrale inizia negli anni '90, è passata per ruoli e collaborazioni importanti, come con il teatro Valdoca e Corsetti, e per la vittoria del premio Ubu giovani nel 2004. Il teatro è una vocazione?
«È un mestiere. Del teatro amo l’aspetto artigianale, l’investimento fisico, il corpo a corpo con spettatore, parole e testo. Nel cinema è diverso: ci sei tu quando giri, ma ci sono tanti altri “te” quanti sono i film proiettati nelle sale».

Nel frattempo, al cinema, lei sta proseguendo nel periodo d’oro iniziato nel 2007.
«Da fuori passa per un periodo di celebrità, fatto di film e di apparizioni in tv. Io non lo vivo così, o perlomeno non me ne rendo conto. Ed è un bene, perché rischierei di non apprezzare più ciò che davvero importa: il lavoro, non le frivolezze, che pure fanno parte del gioco».

Qual è stata la molla decisiva verso il successo?

«Il mio libro Tuttalpiùmuoio. Chiaro, il premio Ubu è stato importantissimo, ma è arrivato dopo 13 anni di teatro. Può sembrare strano, ma il passaggio dal teatro, mondo circoscritto ed elitario, al cinema, è avvenuto grazie a quel libro autobiografico».

Nel film di Capotondi ha una parte da «buono», ma prima l’abbiamo vista interpretare il Duce in Vincere e il violento Rino Zena in Come Dio comanda. Come è riuscito a non fare odiare questi personaggi, ma nel caso di Rino addirittura a commuovere?
«Ho imparato che non bisogna mai giudicare un ruolo a priori. Interpretando, tempo fa, il ruolo di Satana in teatro per Paradiso perduto di John Milton, ho capito che l’unico modo perché il pubblico abbandoni i pregiudizi e si faccia appassionare è umanizzare i malvagi. Far capire che c’è qualcosa di loro in ognuno di noi».

Qual è il suo personaggio nel suo ultimo lavoro,
The American con Clooney?
«Non posso dire nulla, ho la bocca cucita».

Quando penserà di essere «arrivato»?
«Quando potrò scegliere di lavorare in totale libertà con le persone che stimo su temi chi mi piacciono. È un punto di arrivo, ma sarà anche un punto di partenza. Anche se in parte mi ci sono già avvicinato».

Cos’ha in cantiere, oltre a The American?

«Ci sono altre cose in ballo, ma non ho ancora firmato. Intanto, sto lavorando a un libro e a un nuovo spettacolo teatrale, che sarà sugli anni 80, Michael Jackson e Alice nel paese delle meraviglie».