«Io candidato islamico? Per prima cosa chiederò di aprire una moschea»

Abdel Shaari, presidente del centro di viale Jenner: «Ci serve visibilità»

Gaia Cesare

«Io candidato? Più che volentieri, porterei avanti le istanze della comunità islamica in città e nel Paese. Per prima cosa chiederei l’apertura di una moschea a Milano, una delle poche città europee dove manca una nostra presenza strutturata riconoscibile. E poi mi impegnerei per l’introduzione dell’insegnamento dell’arabo ma soprattutto dell’islam nelle scuole italiane». Abdel Hamib Shaari, presidente dell’istituto culturale islamico di Viale Jenner, vuole fare fronte comune, «specie dopo le recenti dichiarazioni di Umberto Bossi sul decreto varato dal governo» per la riduzione dei tempi della cittadinanza e per il diritto di voto agli immigrati. Perché ora, anche per loro, potrebbero aprirsi le porte della politica, anche quelle dell’elettorato passivo che consentirebbe a migliaia di stranieri di candidarsi.
«Non bisognerebbe pensarci due volte. Candidarsi a questo punto diventa un obbligo, perché la politica è il mestiere della rappresentanza e noi immigrati abbiamo fame di visibilità», dice Augustin Mujyarugamba, ruandese, presidente di Aipel, l’associazione di imprenditori immigrati in Lombardia. «Ho sempre avuto la passione della politica, sia italiana che internazionale, e questo potrebbe essere il nostro momento - aggiunge Augustin, che tre anni fa ha presentato domanda per diventare cittadino italiano ma che è ancora in attesa di risposta -. Cosa chiederebbe per gli imprenditori immigrati? «Accesso più facile al credito, che per noi rimane una cosa più complessa che per gli italiani. Per il resto identiche istanze degli imprenditori italiani: stop all’eccesso di burocrazia, che vuol dire perdere meno tempo e spendere meno soldi.
«I partiti si butteranno a capofitto sui candidati immigrati, per allargare il loro bacino di voti. Organizzarsi fra noi sarà più difficile perché già le comunità fanno fatica a parlarsi fra loro e sarebbe ancora più complicato aggregarsi in un unico partito», dice José Galvez, ecuadoregno, fondatore e direttore di impresaetnica.it, giornale online sulle etno-imprese. «Nei raduni di immigrati quella di creare un partito tutto nostro è un’idea ricorrente, che qualcuno difende anche in modo acceso - spiega Aimon Maricos, eritrea, consigliere comunale dei Ds nella prima giunta Albertini -. È un’esigenza che non condivido perché mi piacerebbe che ci fosse partecipazione nei partiti già esistenti. Ma non escludo che qualcuno torni a riproporla». Otto Bitjoka, imprenditore camerunense promotore degli Stati generali degli Immigrati con un passato in politica nelle file del centrosinistra, non crede che la nascita di un partito degli immigrati possa funzionare. «Rischia di creare dicotomie forti, ma è ovvio che quando hai diritto di voto devi anche esporti in prima persona e valutare la scelta di candidarti».
C’è chi, tuttavia, ora si troverà di fronte a una scelta ben più difficile. La comunità cinese, per esempio. Pechino non consente infatti di tenere la doppia cittadinanza. «Molti si troveranno di fronte a un bivio, dovranno decidere se rompere col loro Paese, rischiando grosse complicazioni se dovessero decidere di ritornarvi. Credo che molti di noi - spiega Jaiming Ye, che lavora a Milano per il periodico Europe China News - rinnoveranno i permessi di soggiorno ma non chiederanno la cittadinanza».