«Io per il Carlo Felice farei...»

Caro Gagliardi, il livore della sua risposta da un lato mi fa capire di non essermi spiegato bene, dall'altro acuisce in me il timore di avere ragione. Lungi da me il farne una questione di azione. Sono della sua parte politica, ho apprezzato e apprezzo la sua attività che seguo e conosco meglio di quanto lei immagini. Ne faccio rigorosamente una questione di pensiero. Lei chiede a me di trovarle i finanziamenti. Forse una redistribuzione ai dipendenti dell'(in)Felice dei 285 mila euro che la Signora ha donato all'agenzia-eventi di Vasco Rossi forse salverebbe il Teatro. Non perché io ritenga Vasco inferiore a Radames ma perché il «Signor Rossi» si è poi intascato i quattrini dei biglietti come ha fatto in tutte le altre date non sponsorizzate dai comuni mentre il «guerriero» sta per giungere al suo ultimo atto sotto la pietra tombale. Potrei trovargliene altri: dai manifesti, alla notte bianca, all autorimessa Amt di Boccadasse. Ma lei mi risponderebbe “e io che ne posso?”. Ecco, quello che chiedo a lei ed a tutti i “miei” è di presentarci una diversa prospettiva. Non il conto economico, che so benissimo la Signora si sta tenendo ben stretto. Ma, nuovamente, come ogni buon genovese che si rispetti, ed il punto era ed è qui, la genovesità del maniman, lei mi manda a Milano. Questa fantomatica eden che da sotto le macerie ha tirato fuori l'Opera e gli ospedali, attirando gente da ogni dove. Concludo, caro Gagliardi: io non so se sotto De Ferrari ci sia il petrolio ma, perbacco, qualcosa ci hanno ben trovato perché nei vicoli, se si sopravvive, vendono magliette con la scritta «Belin che metrò!», bloccata dalle parti di “Defe” da secoli, mentre i genovesi, se vogliono prendere una vera Metro, devono andare, guarda un po', a Milano.

Caro Marchionni, il presunto livore della mia risposta alla sua lettera sorge dal tenore della sua lettera medesima, che la pregherei di rileggere. Personalmente sarei felicissimo che Genova potesse continuare ad avere un suo teatro dell'opera e potrei accodarmi ai tanti, anche della mia parte politica, che avanzano facili promesse in tal senso. Ma la verità è che la maggioranza dei genovesi in questi ultimi trent'anni di ininterrotto potere della sinistra ha assistito imbelle alla distruzione sotto la Lanterna di quel tessuto economico-produttivo che oggi potrebbe contribuire a sponsorizzare la costosissima, ripeto costosissima, struttura del Carlo Felice. Purtroppo Genova è decaduta ad essere una città meridionalesca, dove la sua industria più importante è il Comune stesso e la cruda realtà delle «palanche» ammonisce che non si può sperare in una nuova scoperta dell'America per vedere ripianati i bilanci del teatro dell'opera: lei saprà che l'ultimo pareggio di bilancio del teatro è stato raggiunto con i fondi straordinari per le Colombiane del 1992! Ripeto finanziamenti dello Stato, detto anche Pantalone, del 1992. Lei continua a paragonare Genova a Milano. Ma non può ignorare che la capitale lombarda resta una delle metropoli più ricche d'Europa con uno degli hinterland economicamente più sviluppati del Pianeta: troppo facile per i milanesi mantenere finanziariamente il Teatro alla Scala ricchissimo di sponsor.
Alberto Gagliardi