«Io, cattolica, avevo paura della parola eutanasia»

Mina gli è stata accanto fino alla fine: «Un giorno gli amici mi hanno detto: vuole che sia tu ad aiutarlo a morire. Mi sono spaventata»

da Roma

Non le scende una lacrima. Non per freddezza, ma per una promessa. «Piergiorgio l’ultima sera mi ha domandato: ti posso chiedere di non piangere?». Si è presentata ieri alla conferenza stampa dei radicali e ha usato le parole più semplici di tutti la signora Mina, vedova Welby. Le parole di una donna credente, o di una donna innamorata: «Ho la febbre da palcoscenico. Non sono abituata a parlare in pubblico. Ma per Piergiorgio farei questo e altro. Non è stato un omicidio. È stata la provvidenza ad aiutarci. È morto sereno addormentandosi, rendendo la sua anima al Signore. È contento e può festeggiare il Natale, e lo posso festeggiare anch’io. Perché il Natale non è una festa sdolcinata, ma è dentro di noi, nelle persone che aspettano la venuta del Signore».
Scarpe da ginnastica, nessun filo di trucco, i capelli anche questi naturali, senza nascondere i segni del tempo, la signora Mina sembra appena arrivata da una camminata mattutina al parco. Le è morto il marito poco più di 24 ore fa. Gli è stata accanto nell’ultimo momento, sola con il medico Mario Riccio che ha staccato il ventilatore. «Gli ho chiuso gli occhi. Quello che il medico ha fatto non lo voglio ripetere». Ed è lei a spalancare tutto il mondo non mediatico della malattia di Piergiorgio, «mio marito»: la distrofia.
Una quotidianità che è già una contraddizione a raccontarla: lui, laico e malato, che vuole morire, lei cattolica e «tirolese, asburgica mi chiamava», che si fa portare dal prete «la comunione a casa». Una vita in simbiosi, partita «da un colpo di fulmine», proseguita con lunghi pomeriggi a pesca, «con lui ho imparato a pescare cefali di dieci chili!», e più ancora dal ’97, «dopo la tracheotomia». Quando la salute di Welby «iniziò ad andare sempre più giù, più giù». Quando smise di dipingere «e per scrivere una cartella per il sito dei radicali ci metteva una settimana. Non è che non voleva, non ce la faceva».
Lui iniziò a interessarsi di eutanasia, «e io lo aiutavo come potevo, cercando sui siti». Ma la signora Mina, all’inizio, non capiva: «La parola eutanasia mi faceva paura perché per me, per la mia educazione, eutanasia voleva dire uccidere una persona». Lui peggiorava e lei divenne casalinga per scelta. La sola a saperlo alzare dal letto, lei così magra, «finché noi due soli non siamo stati più capaci». La donna che arrivò a scrivere gli appelli per lui, quando «un leggero tocco» sul mouse non bastava più a controllare il computer.
Lui voleva morire con sempre più forza: «Aveva paura di morire soffocato». E lei un giorno ha capito: «Gli amici mi hanno detto: non vedi che vuole che sia tu ad aiutarlo a morire? Mi sono spaventata. Non sapevo come fare. Ho pensato che arrivasse un suo amico cacciatore e che gli sparasse una fucilata in testa. Io e Piergiorgio eravamo come un vitigno che si abbarbica».
Che «litigate» hanno fatto Piergiorgio Welby e sua moglie. Che «scontri», con quella storia dell’eutanasia, prima che lei iniziasse, dice, a capire. «Mi sono detta: perché devo costringere persone che non la pensano come me. Possono avere una legge per loro. La legge non costringe a doverla usare».
«Complicità» è la parola che la signora Mina usa di più. Fino all’ultimo giorno, «che abbiamo vissuto insieme, in pace». Lui le ha raccomandato di proseguire la sua rubrica sul sito: «Ricordati che il “Calimano” deve andare avanti, mi ha detto. E io porterò avanti la sua battaglia per i diritti civili nel modo in cui sono capace. Sono una casalinga, ma ho fatto il liceo classico».
L’emblema di questa storia dietro ai riflettori, lontana dalla politica, era la decisione sul funerale religioso, «come vuole mamma Luciana», la madre di Welby, che ha 86 anni. «Sai che sono un laico - aveva detto Welby alla moglie - ma per il mio funerale fate quello che vi pare. Però voglio essere cremato, e le mie ceneri vadano lì dove ho pescato». Così la famiglia aveva scelto il funerale in chiesa. A pescare andavano, Piergiorgio e Mina, prima che la malattia peggiorasse, nel canale di Maccarese.