«Io, cattolico in pattuglia, sono un angelo della città»

MilanoRaul è il suo nome di «battaglia», e la sua battaglia la combatte, tutti i giorni, per strada, con armi potentissime: coperte, generi alimentari, assistenza alle donne, agli anziani e ai clochard, strette di mano, sorrisi.
Il suo vero nome è Antonio. Ha 37 anni, è un imprenditore, e da 11 mesi è volontario dei City Angels di Milano, un’associazione che da 15 anni i milanesi hanno imparato a conoscere bene. Stazione Centrale, Lambrate, piazzale Loreto, le pattuglie degli «angeli» sono un punto di riferimento irrinunciabile nelle zone più dure della città: per la sicurezza e la solidarietà. «Aiutare - spiega Antonio - è questa la nostra missione. Ognuno di noi ha il suo lavoro, la sua famiglia, ma mettiamo il nostro tempo libero a disposizione di chiunque abbia bisogno. Chi sta male, chi ha un problema o chiede anche solo un’informazione». Quattro sere a settimana, tutta la sera. La maglietta rossa e il basco azzurro che Antonio e i suoi compagni indossano di notte sono un segnale rassicurante per molte donne che - per lavoro - devono tornare a casa tardi. «Solo pochi giorni fa - racconta - abbiamo scortato una ragazza che due balordi stavano costringendo a salire sulla metropolitana». «La scorsa notte ho incontrato un giovane romeno. Non aveva niente da mangiare. Gli ho offerto il mio panino. Quello che nel pomeriggio aveva preparato la mia ragazza. Mi ha detto che non poteva accettare, che era la mia cena. Ho insistito, perché io potevo comprarne un altro. Lui no. Gliel’ho ceduto».
La gratitudine di tanta gente, per Antonio e gli altri, è una «retribuzione» dal valore incalcolabile: «La possibilità di essere un punto di riferimento. Di servire gli altri».
Antonio è credente. Praticante. Come i genitori, come i nonni. Per questo non capisce le polemiche che dal mondo cattolico investono gruppi come il suo. «Io prego, ma non solo in chiesa - riflette - per me essere cristiano vuol dire aiutare. Parlo di un aiuto materiale, psicologico, morale. Umano insomma. Chi ha la possibilità di aiutare gli altri deve farlo. E si rende conto oltretutto che è una fortuna, perché arricchisce. Ma ci vuole cuore, e anche un po’ di coraggio».
Il «coraggio di aiutare» che Antonio vorrebbe trasmettere a suo figlio. Quel bambino che nascerà fra pochi mesi, e che ha deciso di chiamare Raul, come il suo «nick name»: «Mi sembra un modo per affidare al mio bambino un compito. Il compito - quando sarà grande, se avrà la fortuna di poterlo fare - di dare una mano a chi ha bisogno. A chi è indifeso. Fosse pure uno dei cagnolini abbandonati che incontriamo la notte, e che portiamo alla protezione animali». «Forse - riflette sulle polemiche - il problema è il nome che si vuol dare alle cose. Noi siamo persone responsabili, addestrate e coordinate. Siamo prima di tutto cittadini, e ci teniamo alla sicurezza e al bene degli altri cittadini. Di tutti».