«Io cattolico praticante non amo i dogmi affilati come spade»

RomaAl cinema ha già indossato la tonaca. Ma erano sketch, per lo più. Don Alfio in Un sacco bello. Il finto sacerdote di Acqua e sapone. Il prete logorroico di Viaggi di nozze. Stavolta, invece, Carlo Verdone fa (più) sul serio. Nel nuovo Io, loro e Lara il 58enne attore-regista sarà Carlo Mascolo, un missionario comboniano di ritorno dall'Africa: un sacerdote in crisi, ferito nella fede, poco avvezzo a indossare il clergyman. Primo ciak lunedì prossimo, allo studio 8 di Cinecittà, produce la Warner Bros. A giugno trasferimento in Kenia per gli esterni. Nel cast Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini, ovvero «loro», e soprattutto Laura Chiatti, tornata castana, ovvero «Lara».
Un prete. Ma non doveva essere un padre?
«Sì, ma con i miei sceneggiatori Pasquale Plastino e Francesca Marciano ci siamo accorti che non funzionava. Avevo già dato con Il mio miglior nemico. Ero stanco di incarnare borghesi antipatici o burini arricchiti. Do il meglio, al cinema, quando i miei personaggi sono messi in difficoltà. Il missionario è una sfida. Mi impone di lavorare sui gesti, sulle parole. Di sicuro non sarà un prete anni Cinquanta, di quelli che si fregano le mani. E neanche un prete innamorato, troppo banale».
Spieghi meglio, allora.
«Quando lo incontriamo in Africa, all’inizio del film, Carlo è soprattutto un uomo solo. Sta vivendo una crisi spirituale, è stanco di essere, insieme, sceriffo, sciamano, medico, meccanico. Anche la sua fede vacilla. Sui profilattici non la pensa come il Papa. Così chiede di tornare a Roma. Al Vicariato lo ascoltano con attenzione. Nessuna inquisizione. Gli consigliano una pausa di riflessione. Magari ritrovarsi in famiglia per un po’ gli farà bene...».
Invece no, immagino.
«Giusto. Il padre, ex generale, si tinge i capelli e corteggia la badante formosa. Il fratello broker è piuttosto survoltato e pieno di guai. La sorella psicoanalista sta peggio dei suoi pazienti. Un disastro di famiglia. Nessuno lo ascolta, tutti gli rovesciano addosso i loro problemi. Quasi quasi, pensa, meglio l’Africa».
E poi c’è Lara.
«Se le dico chi è Lara svelo il plot, il colpo di scena. Diciamo che è una scheggia impazzita, una donna con disturbi bipolari. Nella vita s’è inventata un lavoretto da guida turistica. Vestita da Messalina, illustra ai turisti le bellezze imperiali. Mi fermo qui. Sarà un film sul buon senso, sulla tolleranza, a suo modo una commedia teatrale».
Qualche mese fa, parlando in tv della vicenda Englaro, lei disse: “Sono credente, ma devo riconoscere che alcuni fatti recenti stanno mettendo in crisi il mio rapporto con la Chiesa”. Conferma?
«Avevo semplicemente risposto a una domanda. Ma è vero, il caso di quella povera ragazza ha aperto una discussione profonda, in me come in tante persone che conosco. Sento amici che stanno riflettendo sul testamento biologico. Ho cominciato a pensare al mio, sempre che facciano una legge decente».
Dalla Chiesa aspettava parole diverse?
«L’ho già detto. Mi dispiace che un tema così delicato, cruciale, intimo, sia stato trattato dalla politica alla stregua di uno spot elettorale. Dalle gerarchie ecclesiastiche avrei voluto ascoltare parole più misericordiose. Provo a vivere la mia fede in modo serio e consapevole. Non sarò un praticante perfetto, ma dentro di me, tra mille errori, penso di fare del mio meglio. Sono un cattolico laico, trovo le risposte più convincenti nella mia religione».
Nel missionario Carlo c’è qualcosa di lei?
«Va a saperlo. Certo, ho studiato Storia delle religioni all’università di Roma. Non avessi fatto l’attore, magari sarei finito all’Istituto storico e religioso della Sapienza. Ci sono domeniche in cui vado a messa, giorni in cui mi scopro a pregare, segretamente, dentro di me. Noi Verdone veniamo da un’educazione cattolica. Siamo devoti, rispettosi. E tuttavia la Chiesa rischia di stare sempre due o tre passi indietro alla società. Lo so, è la sua forza, ma anche la sua debolezza. Non dico che il Vaticano debba cambiare opinione su temi delicati sul piano etico, ma vorrei che portasse le ragioni del suo magistero in un modo più confidenziale. Invece arrivano dogmi affilati come spade».
Per questo ammira il cardinal Martini?
«Sì, è un uomo che pone dilemmi cruciali con toni diversi, spesso con buon senso, di là delle sovrastrutture. In lui ho percepito l’invito a vivere la fede in modo più semplice, quasi seguendo un’impronta francescana».
È vero che monsignor Ersilio Tonini apprezza i suoi film?
«Siamo vicini di casa. Mi piace parlare con lui, di tutto, anche di cinema. Gli ho regalato il dvd di Al lupo al lupo. L’ha trovato “di spessore”. Se lo dice lui».