Io che lo conoscevo vi spiego la vitalità dei suoi racconti Arriva in libreria il nuovo «Meridiano» dedicato alle sue folgoranti prose brevi

La foto sul cofanetto del Meridiano appena uscito che raccoglie i suoi romanzi brevi e i racconti ci dice di Mario Soldati più che un intero saggio critico. Eccolo con una espressione astuta e assorta, in una mano un bicchiere di vino portato alla bocca e, con un po’ di equilibrismo, il fedele toscano tra due dita della stessa, nell’altra mano le carte da scopone.
Soldati, per chi come me ha avuto il dono di frequentarlo, era così: esageratamente, smodatamente preso dai piaceri della vita, che amava insegnare e condividere con gli amici, dotato di un’enfasi coinvolgente nel parlato, tutto gridi e acuti, che si sposava con una miracolosa lucidità della scrittura, amante dell’ordine e nello stesso tempo del paradosso e dell’infrazione, intriso di un cattolicesimo problematico e di un garbato, elegante libertinismo. Ricevere la sua telefonata delle dieci del mattino, scoppiettante di verve e di invenzioni, era per me una festa che mi teneva allegro per tutta le giornata. Soldati era sulla soglia degli ottanta e celeberrimo, io allora quello che si dice un «giovane autore».
Ma il modo con cui Soldati si rapportava a me era squisitamente privo di autorità, era fraterno, giocoso, confidenziale. Il tramite della nostra conoscenza era stata una giovane divorziata californiana che voleva scrivere un libro sulla Liguria, mentre in realtà si aggirava per l'Italia seminando debiti e flirt. Era un personaggio che sembrava venir fuori da un suo racconto, un tipo di donna che, se non fosse esistita davvero, avrebbe potuto, dovuto inventare lui. Andavamo insieme a trovarlo a Tellaro, partecipavamo delle sue bizzarrie, aspettavamo pazienti che il cane Tremolo ci desse come voleva lui la mano, pardon, la zampa, che il vessillo della Repubblica di Genova si alzasse chissà perché tra le rocce di quello spettacoloso giardino confinante con le onde, assistevamo ai litigi tra lui e la moglie Jucci, il più memorabile e assurdo riguardò il modo di tagliare il formaggio grana, con quale coltello, con quali gesti della mano. Quando la californiana sparì dal nostro orizzonte, continuammo a vederci, volle venire lui da me sull'altra Riviera, mi chiese di accompagnarlo in Valle Argentina, e durante il viaggio, mentre l'autista guidava (Mario chiedeva spesso come si potesse vivere senza un autista e senza una cuoca) si abbandonò a confidenze dolci ed eccessive.
Mi torna in mente tutto mentre rileggo i suoi racconti. Fu un grande romanziere, all'altezza di un Graham Greene. Ma i racconti conservano ancor di più la grana della sua voce, la meraviglia della sua capacità di attrarre con una storia, un paradosso, una intuizione, una riflessione folgorante. Tra i racconti lunghi, ci sono capolavori come La confessione e Il vero Silvestri.
Ma mi sono soffermato su La verità sul caso Motta, che rappresenta una prima fase del suo lavoro, e che è sorprendente per come mescola registri e livelli diversi: parte come un poliziesco, con tanto di commissario, il Cav. Stiffi, che indaga sulla scomparsa di Gino Motta, un giovane avvocato milanese, diventa poi commedia di costume nel ritrarre Gino oppresso da una cattolicissima madre e da una ossessione per le donne verso le quali si sente inadeguato, come mostra con una attempata passeggera in treno e con la bella e disponibile Marisa Porro, nella cittadina del Levante ligure dove passa le vacanze. Il terzo livello è quello onirico-fantastico: l'avvocato Motta, caduto in mare, si innamora di una sirena, vive con lei sui fondali, conosce la Sirena Madre, scorrazza attaccato al ventre di una squalo come una remora. Il quarto livello è psicologico, il più complesso, quasi pirandelliano: tornato in terraferma, l'avvocato, che racconta la sua avventura, è scambiato per un pazzo e portato al manicomio di Collegno dove è rinchiuso anche il sedicente professor Pallavera, sostenitore proprio della teoria secondo cui si può respirare nelle profondità marine. Nel manicomio, Gino non sarà riconosciuto neppure dalla propria madre che lo piange perduto. Il titolo acquista così una evidenza rivelatrice: la domanda su qual è "la verità sul caso Motta" diventa la domanda su cosa è "la verità" in assoluto, e nel relativo della nostre precarie esistenze.
Nei racconti brevi, quelli contenuti in tanti libri che vanno da Salmace (1929) sino a Rami secchi (1989), Soldati è un insuperabile maestro di osservazione e di nitidezza descrittiva. Sotto la sua lente, assumono contorni straordinari i temi della vita familiare, tra morbosità e tradimento, i problemi dell'inquietudine religiosa e del tormento morale, la commedia dei rapporti sociali tra ricchezze antiche e nuove, il confronto tra le città, tra Roma e Milano e tra Roma e Torino soprattutto, una costante dell'opera soldatiana. E poi improvvisi ricordi e illuminazioni, come quella divertentissima sul gelato chiamato "pezzoduro", considerazioni inattuali come quelle sull'ultimo lustrascarpe di Milano, epifanie mondane, come quelle che condivide con l'amico Filiberto, l'elegantissimo ingegnere e rentier ferrarese che viveva a Sanremo e che io vedevo sempre in un allora famoso caffè ai piedi del Casino. Mi colpì un giorno scoprire che Soldati teneva la sua foto tra quella di Stevenson e quella di Henry James, pur non avendo Filiberto mai pubblicato nulla, accontentandosi del ruolo di amico e ispiratore di scrittori.
Ho conosciuto altri amici di Soldati che divennero suoi personaggi, come Modesto Lanzone, che per anni fu il ristoratore principe di San Francisco, che ti metteva in tavola, lo so per fortunata esperienza, olio di Oneglia e carciofi di Albenga. Soldati riusciva a mettere in pagina la vita vissuta con naturale, seducente scioltezza. Nei Racconti del maresciallo, Gigi Arnaudi, piemontese e gentiluomo come il narratore, è chiamato a rievocare casi da lui brillantemente risolti, guidato soprattutto da una comprensione sottile dell'animo individuale, delle condizioni sociali, delle debolezze altrui, e delle proprie. Leggeteli, questi racconti. Capirete che Soldati non è soltanto un maestro di stile, è un entusiasta, fraterno, quasi involontario maestro di umanità.