Io che lo conosco vi dico: esiste e scrive i suoi libri

Ho passato con Jeremiah settimane intere. È pieno di manie e molto ambiguo. Ma ha un gran talento

La storia di JT LeRoy è più complessa e controversa dei forsennati esercizi giornalistici che si leggono in questi giorni. Sono certa che JT se la stia ridendo sotto i baffi, baffi che evidentemente non ha mai avuto a causa delle spropositate quantità di ormoni somministratigli dalla madre psicotica che lo voleva bambina.
Ogni mossa di Jeremiah “Terminator” LeRoy è una studiatissima operazione di marketing, su questo non ci sono dubbi: la storia delle bufale autoprodotte comincia nel 2000, anno d’esordio dello scrittore, quando mise in giro una sua foto falsa, imbrogliando giornalisti e lettori: è l’immagine della copertina italiana di Sarah, il suo primo romanzo, un’immagine scattata dall’amico scrittore Dennis Cooper che come è noto non ritrae affatto Jeremiah, bensì un amico di Cooper. «Fu JT a inventarsi questa messa in scena», mi disse Cooper qualche anno fa. Poi ci fu la falsa gravidanza di Asia Argento, rilanciata da tutte le agenzie di stampa poi risoltasi in un malinteso voluto. E poi una fantomatica operazione chirurgica che lo bloccò per settimane nel 2003. Prima ancora c’era stata la storia della sua eventuale sieropositività.
Oggi all’indomani del rifiuto di provare la propria identità al New York Times con un documento, la celebre testata - per la quale tra l’altro il venticinquenne scrittore ha collaborato a più riprese - grida allo scandalo: JT LeRoy non esiste, al posto suo scrive una certa Savannah Knoop, sorella del suo padre adottivo. E come ha fatto il quotidiano americano a scoprirlo? Ha scovato una foto su Internet. Fatelo anche voi, digitate www.nisasf.com e guardate il ragazzino effeminato che posa con una tuta nera e scarpe da ginnastica alte, ecco quello è JT LeRoy o almeno il JT che abbiamo conosciuto tutti noi. Oppure cercatelo su www.monkeyview.net. Eccolo di nuovo, corrisponde al nome di Savannah Knoop, ma non ci sono dubbi, è JT. Sorge il dubbio che sia forse quest’ultima a non esistere, se non nella mente dello scrittore. O sono comunque la stessa persona. Lo stesso scrittore. Quello che è più probabile è che JT si sia inventato un eteronimo per farsi fotografare senza parrucca, e che abbia avuto voglia di uscire allo scoperto, un po’ per gioco, mescolando il tutto con la nota passione per gli stilisti underground e la moda.
JT ha inventato Savannah: tanto che le prime tracce sul web di Savannah sono del 2001 («stilista di borse e cinture, 19 anni, canta in una rock band con il fratello») mentre le prime tracce di Jeremiah “Terminator” LeRoy risalgono al 1999, anno in cui ha pubblicato i suoi primi racconti, poi raccolti nell’antologia Close to the Bone. Il caos mediatico di questi giorni scoppia guarda caso proprio a una settimana dall’inizio del Sundace Film Festival dove sarà presente Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, il film tratto dal libro omonimo e diretto da Asia Argento. E soprattutto proprio ora che la Viking, sua casa editrice americana, freme in attesa del prossimo romanzo non ancora finito. In compenso JT sta molto bene. Gli abbiamo parlato via email un paio di mesi fa: è a Los Angeles e se la spassa con un amico. «Niente male per uno scrittore che non esiste», aggiunge con la sua tipica ironia spaesata. Sta facendo anche delle magliette con scritto «I’m JT LeRoy». Forse le venderà sul sito. Ci ha tenuto a dirci che è finalmente lontano dalla sua opprimente mamma manager Speedie o Emily Frasier o più probabilmente Laura Albert e dal marito di quest’ultima, Astor, al secolo Jeoffrey Knoop. Comunque si chiamino, rimangono personaggi controversi, per certi versi insopportabili. Uno staff casalingo di rockstar fallite che si sono attaccate al talento di uno scrittore borderline per avere la loro porzione di successo, di vestiti firmati e alberghi a cinque stelle.
Avendo passato lunghi periodi con JT e - ahimè - avendo avuto a che fare con la sua «San Francisco kind of family», posso sottoscrivere che nessuno di loro sarebbe mai stato in grado di scrivere alcunché. Un intero mese nell’estate del 2002 e una estenuante settimana nella primavera scorsa, mi hanno convinto che JT LeRoy esiste, con una voce angelica, la sua grafia minuta ma stranamente adulta e la sua intelligenza sopraffina. Posso dire, ma non giurare, che JT sia un ragazzino androgino più che una donna. Ma non si sa mai: che ci sia una forte componente di evanescenza sessuale in lui è indubbio, anche molto compiaciuta. Lui stesso ha più volte insistito sul “transgenderismo”: «Come essere umano transgender sei più soggetto ad attacchi. Uso delle controfigure per proteggere la mia identità», ha dichiarato di recente. Tenero, adorabile, timidissimo, ma anche viziato, capriccioso. Ti chiede i favori più disparati: creme solari, aceto balsamico, cioccolata amara, videocassette, fotografie. Prima del suo ultimo arrivo in Italia JT aveva forse un po’ esagerato le sue pretese. Ci aveva chiesto arance, mele, pane integrale, crema di nocciola, cioccolata, tutto rigorosamente biologico. Quando poi ci siamo visti all’Hotel Majestic di via Veneto a Roma, ho capito subito che JT non ne può più di indossare parrucca e occhialoni. Ho intravisto gli sbuffi, i sospiri, la noia di questa recita continua.
Quando si toglie la parrucca, Jeremiah è un ragazzo androgino con i capelli rasati da punk-a-bestia. Potrebbe essere una ragazza. Potrebbe essere un transessuale. Potrebbe essere Savannah Knoop.
Nulla di nuovo sotto il sole: è l’ennesimo scherzo di JT. Suona un po’ ridicolo il grido del New York Times alla più grande bufala letteraria del secolo. Il quotidiano di Manhattan è sempre più diffidente e paranoico: sono cinque anni che stagionalmente la stampa mette in discussione l’identità di JT. Chi l’ha conosciuto non può che essere d’accordo con Chris Wilson di Vanity Fair che di JT ha scritto: «È un tipo con molto buon senso nei confronti dei media ed è un aggressivo promotore di se stesso». E chi ha conosciuto il suo entourage non può che aver percepito un senso di manipolazione e di riscatto, di cui mai nessuno parla. Ricordiamo che JT è uno dei rarissimi scrittori americani della sua generazione (forse l’unico) a non avere origini borghesi: viene dalla strada e soprattutto da quella classe sociale degradata e poverissima tipicamente americana: il white trash («spazzatura bianca»).
Di certo rimane il dubbio a tutti quelli che l’hanno conosciuto che JT racconti un sacco di storie. Io il suo ID l’ho visto con i miei occhi e l’ho visto giocare a calcio come un maschio, ma questo non vuol dire tanto. L’unica cosa che non metto in dubbio è il suo talento. In fondo come diceva il leggendario critico musicale Lester Bangs: la “realtà” non esiste.
*autrice di «Chiedilo

agli angeli. La vita e i libri

di J.T. LeRoy» (Arcana, 2003)