«Io che l’ho disegnata vi spiego come sarà l’Italia del federalismo»

Il federalismo fiscale è alle porte. «Ai primi di settembre la bozza sarà pronta per arrivare in Consiglio dei ministri ed entro il mese comincerà il dibattito parlamentare», assicura il professor Luca Antonini, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Padova, uno dei più stretti collaboratori dei ministri Tremonti e Calderoli nella stesura del disegno di legge.
Come mai tanta fiducia sui tempi?
«La bozza ultimata in Cadore è una buona sintesi di tutti i lavori fatti finora, da quelli dell’Alta commissione ai gruppi di studio del precedente governo fino alle ultime proposte. C’è già stato un primo confronto con regioni e comuni e ne è previsto un secondo a breve. Con la legge finanziaria già approvata, in autunno il Parlamento avrà tutto il tempo per dibattere questa riforma davvero epocale».
Epocale: addirittura.
«Sì. La novità fondamentale è che su alcune funzioni essenziali quali la sanità, l’istruzione e l’assistenza sociale si prevede il passaggio dal criterio della spesa storica a quello del costo standard».
Che tradotto significa...
«Che il finanziamento non avverrà più sulla base di quanto speso l’anno precedente, ma secondo parametri standard. Si calcolerà una media tra quanto spendono le regioni per un certo servizio, e quella sarà la cifra erogata dallo Stato».
Facciamo un esempio.
«Poniamo che una degenza in Lombardia costi 10 e in Calabria 20: sarà dato a tutti 15. Per quarant’anni il finanziamento della spesa storica ha ripagato i servizi - che è sacrosanto - ma anche l’inefficienza, per non parlare di altri fenomeni. Le relazioni delle Corti dei conti su certe finanze regionali sono allucinanti: trovi macchine della Tac comprate senza i collaudi, oppure indennità riservate agli infermieri specializzati in malattie infettive erogate invece a tutti. Le denunce sono fortissime, per milioni di euro, eppure il sistema continuava a finanziare tutto».
E se la Calabria vuole spendere sempre 20?
«Chieda quel 5 che manca ai calabresi, non alla fiscalità generale. Lo Stato non rimborserà più i buchi. Le ultime due finanziarie di Prodi hanno stanziato 12 miliardi di euro a favore di cinque regioni in deficit sanitario (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Sicilia). Sono 250 euro a carico di ogni italiano, neonati compresi: eppure le regioni hanno la piena competenza sulla sanità, possiedono tutti gli strumenti per correggere la gestione ma sanno che ci pensa Roma».
Meccanismo perverso.
«Non ci sono stimoli a superare l’inefficienza, che anzi viene avallata, mentre si scoraggiano le regioni virtuose. In futuro, invece, le regioni potranno attuare vere politiche fiscali incentivando certi settori dell’economia, oppure il non-profit, o le aziende a basso impatto ambientale: tutte cose impossibili con la centralizzazione attuale. Sarà una forma decisiva di sviluppo».
Chi controllerà le spese?
«In primo luogo i cittadini: chi sfora dovrà alzare le tasse, e se la vedrà con gli elettori. Inoltre sono previsti premi per i virtuosi e penalizzazioni per gli inefficienti, con blocchi alle assunzioni e alle spese fino al commissariamento. Sarà poi costituita la Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica, analogamente ai Consigli di pianificazione finanziaria presenti in Germania e Spagna».
Come funzionerà questa Conferenza?
«Ne faranno parte tutte le regioni, ricche e povere, che si controlleranno a vicenda. È un sistema funzionale su come vengono spesi i soldi. Un controllo fra cointeressati, una grande innovazione. All’estero ha un ruolo fondamentale. In Germania questi Consigli non hanno poteri coercitivi, ma i loro pronunciamenti vengono considerati dalle agenzie di rating».
C’è consenso tra regioni e comuni?
«La condivisione di fondo è forte. Nel primo giro di consultazioni sono state raccolte le loro richieste e alcune sono state recepite: per esempio, i comuni volevano la gestione di un tributo importante, che si potrebbe realizzare razionalizzando l’imposizione immobiliare. Che non vuol dire rifare l’Ici, ma trasferire certe quote di gettito da altre imposte come l’Irpef sugli immobili».
E le regioni speciali?
«L’idea è che le più ricche comincino a partecipare alla perequazione. Trentino e Valle d’Aosta hanno un reddito pro-capite più alto di quello lombardo ma non danno nulla per la perequazione, mentre Lombardia o Veneto versano i due terzi del gettito. È una dinamica di solidarietà che risponde a un valore costituzionale».